Anche la Cina è alle prese con una grave crisi energetica che sta flagellando soprattutto le zone del Nordest del paese dove si stanno registrando numerosi blackout. Almeno 17 province e regioni, con un peso economico pari al 66% del Pil cinese, hanno annunciato forme di interruzione di energia, in particolare nell’industria pesante, ovvero le attività più energivora. Come tutto il mondo, anche Pechino deve fronteggiare l’impennata dei prezzi di petrolio, gas e carbone. Durante i lockdown, quando il consumo di energia era ridotto, la Cina ha spento principalmente centrali a carbone, le più inquinanti. Ora sta cercando di ri bilanciare il suo mix energetico a favore del gas, il meno inquinante dei combustibili fossili.

Questa domanda aggiuntiva contribuisce a spingere i prezzi del gas sui mercati internazionali. Nell’ultimo anno i prezzi del gas sono triplicati, in questo momento crescono di un altro 6%. I contratti futures, che indicano le attese sui prezzi futuri, crescono di oltre il 10%. Al traino del gas aumentano tutti i combustibili. Il petrolio ha superato oggi gli 80 dollari al barile, la quotazione più alta degli ultimi 3 anni. Lo stesso carbone ha visto i suoi prezzi salire del 96% in un anno.

Le province di Heilongjiang, Jilin e Liaoning hanno subito blackout durante il fine settimana, varando misure d’urgenza per più importazioni di carbone da Russia, Indonesia e Mongolia, mentre sul primo fornitore di carbone del Paese, l’Australia, pesa lo scontro diplomatico Pechino-Canberra dopo l’accordo con gli Usa per la fornitura di tre sottomarini a propulsione nucleare. Il governo centrale, per altro verso, sta aumentando il controllo sul mercato dei fertilizzanti, dove molti produttori nazionali usano il carbone come materia prima.

L’Economic Information Daily ha riferito che le autorità stanno adottando misure per garantire la produzione di energia ed evitare tagli, con esperti che chiedono incentivi ad hoc. Il Global Times ha riferito che la Cina potrebbe adottare azioni non meglio identificate per abbattere i prezzi. La questione è che gran parte delle centrali cinesi vende elettricità a tariffe regolamentate, portando alcuni player a decidere il taglio della produzione per evitare perdite nei bilanci a causa dell’impennata delle quotazioni del carbone.

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