La Cina interromperà la costruzione di nuove centrali a carbone all’estero. Lo ha annunciato il presidente Xi Jinping in un discorso preregistrato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Così Pechino – tra i maggiori finanziatori dell’estrazione di combustibili fossili nei Paesi in via di sviluppo – ribadisce il suo impegno contro il cambiamento climatico. “Hanno tracciato una grande linea nella sabbia – commenta Thom Woodroofe, ex diplomatico sul clima e membro dell’Asia Society Policy Institute – Ora la domanda chiave è quando disegneranno una linea simile a casa“. Nonostante l’obiettivo della carbon neutrality entro il 2060, nei primi sei mesi del 2021 il Paese ha approvato – afferma Greenpeace – la realizzazione di 24 nuove centrali all’interno dei suoi confini. E secondo gli esperti, se la Cina non ridurrà drasticamente le proprie emissioni nei prossimi 10 anni, il mondo ha poche possibilità di limitare il surriscaldamento globale a 1,5°C.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si dice incoraggiato dall’annuncio di Xi. Unito alle promesse dell’altro gigante mondiale, gli Stati Uniti di Joe Biden – che destineranno 11,4 miliardi di dollari l’anno alla transizione ecologica – è un passo importante per rendere “la Cop26 – che inizierà a novembre a Glasgow – un successo e garantire che segni un punto di svolta nei nostri sforzi collettivi per affrontare la crisi climatica”. La decisione cinese arriva in seguito a forti pressioni diplomatiche da parte degli altri membri delle Nazioni Unite e segue, dopo un anno, lo storico impegno a raggiungere uno storico taglio delle emissioni di anidride carbonica nel 2030, in modo da arrivare a zero emissioni in un lasso di tempo di 30 anni. Molti si aspettavano l’anticipazione della data limite al 2025, ma l’iniziativa cinese avrà comunque un grande impatto, in vista delle scadenze imposte dal Trattato di Parigi. Uno studio dell’International Institute of Green Finances – citato dal Financial Times – afferma che solo tra il 2014 e il 2020 la Cina aveva investito 160 miliardi di dollari in progetti di centrali a carbone fuori dai suoi confini. Negli ultimi anni però la concorrenza delle energie rinnovabili aveva spinto lo Stato ad abbandonarli gradualmente, con un brusco calo dei finanziamenti nell’ultimo anno. Le parole di Xi Jinping quindi ufficializzano una politica economica in corso già da tempo e anche la Corea del Sud e il Giappone – che insieme a Pechino erano responsabili di oltre il 95% di tutti gli investimenti per le centrali estere – si sono accodate all’annuncio.

La promessa della Cina è però anche una mossa strategica per risanare le sue relazioni internazionali, soprattutto dopo la stipula del patto Aukus tra Usa, Regno Unito e Australia che mette apertamente in discussione la sua supremazia nella zona dell’indo-pacifico. Il clima infatti è diventato, dopo il ritiro di Trump dagli accordi di Parigi poi bloccato da Biden, un terreno fertile per coltivare l’influenza del presidente cinese all’interno degli organismi internazionali. È però – per gli analisti – anche un messaggio al sud del mondo, dove Pechino ha già da tempo interessi – con il progetto della Nuova Via della Seta – e dove vorrebbe ampliare il suo coinvolgimento nello sviluppo di infrastrutture per “l’energia verde e a basse emissioni“. Resta però ancora una grossa questione in sospeso: la Cina è il più grande produttore di gas serra al mondo ed è ancora fortemente dipendente dal carbone per il suo fabbisogno energetico interno. Per raggiungere la neutralità entro il 2060 dovrebbe chiudere le sue oltre 600 centrali, un’iniziativa che pare ancora molto lontana: secondo una ricerca del centro studi finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air, nel 2020 la Cina ha costruito complessi elettrici con una potenza pari a più del triplo di quella installata da tutti gli altri Stati del mondo messi assieme. L’inquinamento delle strutture è uguale a quello che causerebbe la realizzazione di una nuova grossa centrale a carbone ogni settimana.

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