Una volta, parecchio tempo fa, uno degli imputati assolti del fu processo “Trattativa” mi disse: “C’è chi guarda alla pista degli appalti per comprendere l’omicidio Borsellino: sai che novità quella, gli appalti! Come fossero roba mai vista in Sicilia”.

Non dico il nome del mio confidente, così non gli faccio perder tempo a smentirmi: ma quella frase resta di grande interesse tanto più oggi, all’indomani dell’attesa, temuta, sentenza d’appello del processo cosiddetto Stato-Mafia. La quale ha stabilito, dopo 13 anni, in maniera lapidaria – ma mai come oggi ha un senso la usuale frase: “occorre aspettare le motivazioni” – che una trattativa ci fu – pure qui, sai che novità – ma che quel dialogo scellerato non rafforzò la strategia stragista di Cosa nostra e dei suoi concorrenti esterni. Che restano senza volto: la maledizione italica non viene – non poteva essere – sconfitta da una sentenza che inchioda solo Leoluca Bagarella e Antonino Cinà i quali, dicono i giudici di appello, hanno minacciato e tentato di trattare senza successo.

Mettere alla sbarra gli apparati, che hanno una potente capacità di autoproteggersi, è sempre stata l’aspirazione di chi ha cercato la verità sui poteri occulti, tentato di riportare tutte le faccende al principio aristotelico del reductio ad unum: il Sifar, o il Sid, e poi il Sismi e il Sisde hanno sempre saputo come assolversi per aver coperto, favorito, depistato. Il punto è che è stato fatto un abbondante uso degli “irregolari”, uomini addestrati, “parastatali”, direbbe Vincenzo Vinciguerra, mercenari mandati qui e là da agenzie del crimine di cui sappiamo davvero poco.

Accidenti. Sappiamo poco di cosa tramassero i Graviano, chissà che ne pensa Marcello Dell’Utri, i due fratelli che lanciano continui messaggi dalle loro celle e che Totò Riina dal cortile del carcere di Parma indica come quelli a cui chieder conto delle stragi sul continente, poi interrotte dopo il fallito attentato all’Olimpico – e non sappiamo perché. La lista è lunga: dimentichiamo la Trattativa, guardiamo al Processo di Bologna. Alla sbarra c’è Paolo Bellini, uomo di tante stagioni. Da lì potremo, forse, capirne di più.

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