A dieci anni dallo “tsunami” Minotauro c’è da chiedersi cosa abbia insegnato quella lezione. “Minotauro” è il nome attribuito all’operazione che la Procura di Torino coordinò contro la ‘ndrangheta in Piemonte nel 2011, un nome scelto forse per sottolineare la mostruosità del lato oscuro del potere nel capoluogo piemontese, forse per sottolineare la complessità del gomitolo di relazioni di cui questo potere era bandolo.

Diciamo subito: non basta aprire le inchieste, bisogna concluderle con sentenze di condanna passate in giudicato per poter fare un bilancio equilibrato, ed è proprio questo che è avvenuto con centinaia di anni di carcere comminati e confische per decine di milioni di euro. Oggi possiamo anche dire che l’operazione Minotauro è stata il grimaldello che ha spalancato (di nuovo!) una botola su quel mondo mefitico, visto che poi a cascata sono arrivate altre inchieste dello stesso tipo che hanno interessato non soltanto tutto il Piemonte, ma anche la Liguria e la Valle d’Aosta.

A distanza di dieci anni sono almeno sei le lezioni che dobbiamo mandare a memoria. L’inadeguatezza di certa politica territoriale che pur essendo stata avvertita da autorevoli campanelli d’allarme, penso in particolare all’intervento della Commissione parlamentare Antimafia guidata dall’Onorevole Francesco Forgione nel 2008, riuscì con straordinaria stolidità prima a minimizzare il rischio ‘ndrangheta e poi a manifestare stupore, ovviamente condito da ammirazione per la magistratura e le FFOO, allo scoccare degli arresti. In Italia politici del genere dovrebbero essere invitati a cercarsi un altro lavoro, tanto più a Torino dove già nel 1983 la ‘ndrangheta assassinava niente meno che il capo della Procura Bruno Caccia: negare, minimizzare è immorale e pure pericoloso.

La centralità dei collaboratori di giustizia: da Rocco Varacalli fino a “Mc Donald” Agresta, la storia giudiziaria delle inchieste aperte dall’operazione Minotauro rimanda a questo strumento, che certamente va maneggiato con immensa cautela, ma che mai e poi mai ci si può permettere di delegittimare o di marginalizzare. Per questo, pur comprendendo le buone ragioni che hanno ispirato la Corte Costituzionale italiana, bisogna continuare a presidiare con lucidità l’insieme di norme che, come ha riconosciuto la Corte stessa, disegnano un quadro organico ed efficace contro le mafie, comprendendo anche quelle sul così detto “carcere duro”: sono due facce della stessa medaglia.

Il valore ineludibile dell’altra rivoluzione (perché la prima è proprio quella relativa all’invenzione del collaboratore di giustizia) voluta da Giovanni Falcone, cioè la creazione della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) e della Dna (Direzione nazionale antimafia, alias Procura nazionale antimafia e anti terrorismo), secondo i criteri della centralizzazione e della specializzazione che già avevano fatto la differenza nella lotta al terrorismo, almeno in una prima fase, ed erano stati ereditati da Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia di Palermo. Minotauro ha infatti contribuito a rafforzare la consapevolezza della unitarietà della ‘ndrangheta con la sua feroce capacità di muoversi in tutto il territorio nazionale e non soltanto.

L’estrema difficoltà con la quale le vittime, soprattutto imprenditori, hanno deciso di raccontare ciò che avevano subito. Una difficoltà che in alcuni casi è diventata reticenza e in altri vera e propria compiacenza: meglio la “protezione” mafiosa che la sicurezza dello Stato. In rari casi, come quello dell’ingegnere Mauro Esposito, abbiamo assistito al coraggio di puntare il dito e fare nomi e cognomi.

La centralità del ruolo degli amministratori pubblici, in particolare dei sindaci che nei Comuni piccoli e di medie dimensioni sono la vera “prima linea” del fronte contro mafie e corruzione, perché sono i soggetti più ghiotti da cercare per fare affari, ma sono anche quelli contro cui si schiantano gli appetiti criminali quando a occupare quei ruoli ci sono persone di valore.

L’irrinunciabilità delle misure patrimoniali, sia di prevenzione che penali, che producendo confische milionarie e in alcuni casi il riutilizzo sociale degli immobili, erodono radicalmente non soltanto il potere economico dei clan, ma soprattutto il loro prestigio sociale, che sul territorio si traduce in ostentazione e in capacità di acquisto.

A partire dal 2013, di questo posso essere testimone diretto, il Parlamento si è rimboccato le maniche per fare “tesoro” di questa e di analoghe lezioni. Soltanto a titolo esemplificativo: è stato introdotto il reato di auto riciclaggio, è stato riformato il reato di voto di scambio politico mafioso (anticipando il momento della consumazione e ampliando la platea delle condotte rilevanti), è stato riformato il Codice Antimafia (di cui si celebrano giusto i dieci anni dalla promulgazione!) rendendo le procedure di sequestro, confisca e assegnazione più equilibrate e più efficaci, è stato riformato il 338 c.p. cioè il reato commesso da chi usa violenza o minaccia contro Pubblici Amministratori per dirottarne le scelte, è stato riformato il sistema di protezione dei Testimoni di Giustizia per rendere la denuncia una scelta di liberazione vera e non una maledizione.

Insomma: la politica non è tutta uguale e se c’è chi, nonostante le “lezioni”, ancora alle ultime elezioni regionali ha cercato i voti delle ‘ndrine, c’è anche chi ha cercato di adoperare il potere del popolo come strumento di emancipazione e riscatto. E nemmeno questo andrebbe dimenticato.

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