Giuseppe Di Matteo era un bimbo di undici anni quando è stato rapito. Suo padre, Mario Santo Di Matteo, è stato il primo collaboratore di giustizia a confessare il suo ruolo in Cosa Nostra e nella strage di Capaci del 23 maggio 1992, oltre che a indicare i soggetti a vario titolo responsabili. Nonostante suo figlio fosse stato rapito non tornò indietro e Giuseppe, un bambino innocente, è stato assassinato e sciolto nell’acido.

Per la mafia i pentiti rappresentano oggi il più grande ostacolo. È grazie a loro se è stato possibile scoprire meccanismi e dinamiche delle varie organizzazioni criminali – non solo italiane, si pensi alla mafia nigeriana – ed è grazie a loro che lo Stato ha potuto infliggere un duro colpo alle mafie. Tuttavia, nonostante sia ben chiaro a tutti quali siano il ruolo e la funzione sociale dei cosiddetti collaboratori di giustizia, ad oggi il sistema di protezione presenta numerose falle, soprattutto per i familiari di chi decide di cambiare strada e denunciare.

Nei giorni scorsi a dirlo è stato Luigi Bonaventura, ex mafioso che da 14 anni ha scelto di collaborare con la giustizia. Per la Dda di Catanzaro i suoi familiari sono ancora in pericolo, per questo ha chiesto la proroga del loro programma di protezione. Anche la direzione nazionale antimafia si è espressa allo stesso modo. Ma non la commissione centrale di protezione, che ha revocato il programma per un trasferimento che la moglie di Bonaventura avrebbe rifiutato.

Al di là del risultato rispetto a questa vicenda la cui parola fine spetta al Tar, rimangono molti i dubbi su come sia organizzato il sistema di protezione e su quanto sia precaria l’assistenza che lo Stato dà a chi sceglie un’altra vita, dopo aver fatto parte di una organizzazione criminale. La normativa sui collaboratori di giustizia ha subito nel tempo diversi interventi di miglioramento. Ma, evidentemente, non basta, perché a prevalere sono dei meccanismi burocratici lenti e spesso farraginosi che non garantiscono le tutele promesse a chi decide di stare dalla parte dello Stato.

In una delle ultime modifiche alla legge sui collaboratori sono state attribuite alle persone ammesse allo speciale programma di protezione nuove generalità, ovvero cognome, nome, indicazione del luogo e data di nascita e degli altri dati sanitari e fiscali. Insieme a queste informazioni è previsto anche il trasferimento delle risultanze del casellario giudiziale alla nuova identità. Si può verificare – e si è verificato – che molti collaboratori abbiano rinunciato al lavoro, anche dopo aver scontato le condanne inflitte, per impedire la diffusione dei precedenti penali e quindi la loro identificazione. Ma poi quale imprenditore o pubblica amministrazione assumerebbe ex mafiosi, terroristi, assassini?

Insomma la strada per chi decide di denunciare è tutt’altro che semplice. Poiché una volta fuori dal programma di protezione diventa difficile sopravvivere in mezzo a chi ti giudica e non ti tutela da una parte e chi cerca vendetta dall’altra. In questo limbo ci sono anche i familiari dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. Bonaventura spiega bene alcune delle difficoltà: “Ho collaborato con 14 procure ma i miei figli vanno a scuola con il loro nome e cognome originale. In pratica la protezione consiste nel prestito di una casa e di un sussidio che per tre persone adesso è arrivato a 1400 euro. Si dice che questo sussidio sia un contributo o lo stipendio dei pentiti. Non è così. Ci ripaga di tutto quello che non possiamo fare. Ho scontato la mia pena ma adesso io non posso lavorare perché dovrei farlo con il mio nome”.

Lo Stato, in pratica, offre una miseria per contribuire al sostegno di due nuclei familiari che hanno subito le conseguenze del suo pentimento, e di un invalido al 100%. Spesso fra i motivi della revoca del programma di protezione ci sono troppe chiacchiere con i giornalisti oppure il fatto che il collaboratore o la sua famiglia non abbiano accettato il trasferimento in una determinata località. Anche se di quella località hanno segnalato la pericolosità. Nelle Marche nel 2018, il giorno di Natale, è stato ammazzato Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia calabrese Girolamo. È li, in quel territorio, che combatte la sua battaglia Bonaventura. Continua a collaborare con la giustizia senza protezione, con scarsi sussidi (quando arrivano) e con una famiglia – composta da persone senza precedenti – che difficilmente potrà riprendersi la propria vita. In questo modo è lo Stato che perde la sua lotta contro la mafia.

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