Commentando quello che è stato definito dallo stesso Nicola Zingaretti come il più grave attentato informatico subito dalle Istituzioni italiane, qualche giornalista ha incespicato sulle parole e pensando di aver fatto un errore ha invece illuminato il futuro che ci attende. La frase ripetuta nella giornata di ieri da molti sui media è stata: “Un gravissimo attentato cyber di matrice terroristica”, bene, ma qualcuno appunto incespicando su vecchie e consolidate abitudini nostrane ha detto: “(…) di matrice mafiosa… no, terroristica”. A me è capitato ascoltando RadioRai1.

In questo apparente errore ci sono invece due verità. La prima: la violenza mafiosa è sempre stata violenza terroristica, perché ha sempre avuto il senso di ribadire la forza di intimidazione dell’organizzazione criminale sul territorio, alimentando paura e quindi omertà e soggezione. Ma la seconda più inquietante verità è che la modalità informatica di fare paura, di ricattare, di estorcere sarà, ne sono sicuro, la modalità adoperata sempre più sistematicamente proprio dalle organizzazioni criminali di stampo mafioso, che se tali sono hanno accesso a grandi quantità di denaro, alla più avanzata tecnologia disponibile e al più eversivo dei poteri politici (questo ovviamente non vale soltanto per l’Italia).

Il campanello di allarme lo suonò sul finire del 2017 l’allora capo del DIS Alessandro Pansa che intervenendo agli Stati Generali dell’Antimafia, organizzati a Milano dal Ministro della Giustizia del tempo Andrea Orlando, anziché parlare di mafia (come i più si aspettavano), parlò di un virus informatico denominato Wanna cry (!) e disse che aveva avuto la capacità di penetrare in decine di migliaia di strutture informatiche italiane anche molto sensibili. Aggiunse Pansa che per tutta la durata dell’attacco nessuno aveva capito da dove provenisse e cosa avesse realmente fatto (quali dati avesse rubato o peggio manipolato). Credo che ai più sia sfuggita allora la portata di quella riflessione.

Proviamo a fare un esempio. Tutti gli studiosi di mafie ci dicono che la ‘ndrangheta quando decise di rincorrere Cosa Nostra sul terreno del traffico internazionale di stupefacenti dovette risolvere una questione esiziale: procurarsi il capitale di partenza per acquistare le prime partite di droga. Dicono gli studiosi che il problema venne risolto attraverso i sequestri di persona a scopo estorsivo.

I sequestri di persona, con tutto il loro carico di dolore e paura, furono il modo con il quale la ‘ndrangheta finanziò la propria “start-up” del narcotraffico. Bene: con le tecnologie informatiche non ci sarà più bisogno dell’armamentario tipico dei sequestri vecchia maniera (catene, anfratti, Aspromonte, guardiani, pistole…), perché basterà sequestrare la “persona digitale”. Tutta la nostra vita, anche quella più segreta e inconfessata, sta dentro gli smartphone: basterà penetrarli e sequestrarne la memoria per avere in mano la persona in carne ed ossa e farne ciò che si vuole.

In attesa che il Parlamento inserisca nel Codice Penale questi nuovi delitti di mafia, cosa possiamo fare?

Tra le cose più importanti c’è senz’altro la nascita della Agenzia per la cybersicurezza italiana (il tempo trascorso dal 2017 non è passato invano), di cui Franco Gabrielli sta parlando sui giornali in questi giorni. Gabrielli ha fatto un percorso professionale simile a quello di Pansa e oggi si trova a ricoprire il gradino superiore a quello che Pansa calcava nel 2018, e cioè quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica. Bene fa Gabrielli ad insistere sull’urgenza e sulla adeguatezza delle risorse economiche per poter reclutare sul mercato i migliori professionisti disponibili, pur avendo l’Italia sicure eccellenze sui cui contare come la Polizia Postale.

Non sfugge che con questi nuovi e necessari apparati di sicurezza la questione della tutela della libertà individuale nei confronti di poteri potenzialmente così penetranti sarà questione ancora più centrale e complessa e non sfugge che di conseguenza ancora più cardinale sarà la questione della credibilità delle Istituzioni, ovvero la credibilità degli uomini e delle donne messi pro tempore ad assumere pezzi di responsabilità istituzionale. Gabrielli, per dire, questa credibilità ai miei occhi ce l’ha, per tanti motivi, non ultimo per aver detto da Capo della Polizia che se fosse stato al posto di Gianni De Gennaro, dopo il G8 di Genova, si sarebbe dimesso.

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