Operai, abitanti del quartiere Tamburi, allevatori, case di cura, organizzazioni sindacali, partiti, movimenti, istituzioni. C’è quasi tutta Taranto tra le circa 800 parti civili che fino a pochi giorni fa dinanzi alla Corte d’assise, nel processo Ambiente svenduto sulla gestione Riva, ha chiesto attraverso i loro avvocati i risarcimenti per i danni causati dell’ex Ilva. E tra i danneggiati non ci sono solo realtà economiche, ma anche una parte dell’identità del territorio. Come quella rappresentata dai mitilicoltori tarantini, gli allevatori delle “cozze di Taranto” che fino a qualche anno fa erano una delle prelibatezze vantate dal territorio ionico.

Nell’aula bunker è stato l’avvocato Mimmo Lardiello a ripercorrere il loro calvario ricordando come – improvvisamente ed incolpevolmente – i miticoltori siano stati colpiti dai provvedimenti di blocco della movimentazione dei mitili e poi dalla necessità di spostare gli allevamenti dal primo seno del Mar Piccolo verso altre aree. Le cozze, secondo le indagini svolte dalla procura, erano avvelenate dalla diossina dell’Ilva. Nel chiedere un risarcimento di 15 milioni di euro per i danni subiti, Lardiello ha evidenziato “la compromissione, per via dell’inquinamento del siderurgico, di una tradizione secolare, tramandata da generazione in generazione, che ha dovuto fare i conti con la scriteriata, incontrollata e costante opera di distruzione dell’ecosistema del Mar Piccolo, unico nel suo genere, operata attraverso i gravi fatti di inquinamento presenti, costituisce un ulteriore danno, di natura incalcolabile, che sarà trasmesso – ha aggiunto il legale – anche alle future generazioni”. Quelle migliaia di tonnellate di cozze distrutte perché pericolose per la salute umana “sono la rappresentazione più concreta della disintegrazione del prodotto di anni di sacrifici e del ruolo di vittime inerti inconsapevolmente ricoperto dagli operatori della mitilicoltura negli anni in cui all’interno del siderurgico le sensazioni di impunità e le attività in spregio della Legge costituivano prassi di ordinaria ed illecita quotidianità”.

Economia e tradizione, insomma, sacrificate su un altare d’acciaio. Ma non solo. Ai miliardi di danni chiesti dalle istituzioni come i Comuni di Taranto, Statte, Crisiano e la Provincia di Taranto, si sono affiancate infatti, le richieste meno clamorose delle donne e degli uomini che hanno materialmente convissuto per anni con le polveri del siderurgico. Come i proprietari di immobili del quartiere Tamburi che dopo anni di sacrifici per l’acquisto delle case, hanno visto praticamente annullato il valore dei loro immobili a causa dell’imbrattamento causato dal minerale del carbone oltre che dal degrado e dalla insalubrità di quel rione in cui pochi, oggi, sceglierebbero di vivere. Oppure come la famiglia Fornaro, allevatori a cui furono abbattute centinaia di pecore avvelenate dalla diossina: negli anni hanno smesso di allevare bestiame e sono passati alla coltivazione della canapa per favorire anche la rinascita di quel terreno contaminato. Per loro l’avvocato Eliana Baldo ha chiesto un risarcimento di quasi 5 milioni di euro. E poi le associazioni ambientaliste come il Wwf, il partito dei Verdi, primo nella storia italiana a costituirsi parte civile in un processo.

O ancora i sindacati dei metalmeccanici come Fiom Cgil e Usb o i movimenti come il “Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti” nato il 2 agosto 2012, pochi giorni dopo il sequestro dell’area a caldo, quando a bordo di un Ape Car alcuni operai interruppero l’assemblea indetta da Fim, Fiom e Uilm per spiegare che i primi a pagare quella situazione drammatica erano proprio i lavoratori. E poi Legambiente che con gli avvocati Eligio Curcio e Ludovica Coda ha definito il disastro ambientale dell’Ilva come “l’11 settembre di Taranto” ricordando che nello stesso giorno che sconvolse gli Stati Uniti e il mondo intero fu eseguito il primo sequestro preventivo delle batterie 3-6 del reparto Cokerie: “Un campanello d’allarme che purtroppo in pochi sentirono”. E poi il “Fondo Antidiossina onlus” con l’avvocato Raffaella Cavalchini: la onlus fu fondata da Fabio Matacchiera, storico ambientalista che dagli anni ’80 ha documentato i danni creati dal siderurgico e negli anni ha svelato la presenza di inquinanti nel latte materno e nel sangue dei tarantini.

E poi ancora Peacelink, assistita dall’avvocato Filiberto Catapano Minotti, l’associazione guidata da Alessandro Marescotti che nel 2008 portò alla luce gli allarmanti livelli di diossina presenti nel formaggio prodotto con il latte di animali che pascolavano nei terreni contaminati introno alla fabbrica. E ancora “Altamarea” con l’avvocato Leonardo La Porta che nella sua discussione ha ripercorso dieci anni di battaglie per l’ambiente a Taranto ringraziando donne e uomini come Daniela Spera e Luciano Manna che si sono battuti in prima persona perché la situazione drammatica del territorio venisse compresa prima dai tarantini stessi e poi da tutti gli italiani. Un’intera comunità dinanzi ai giudici a chiedere i danni e a invocare un risarcimento che se economicamente sarà già difficile da ottenere, moralmente ha un valore che nessuno potrebbe mai ripagare.

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