È di circa 30 milioni di euro la richiesta avanzata dalla Regione Puglia nei confronti di tutti gli imputati coinvolti nel processo Ambiente svenduto sull’ex Ilva di Taranto e tra questi anche l’ex governatore di Puglia Nichi Vendola e l’attuale assessore all’Agricoltura Donato Pentassuglia. Il primo, infatti, è accusato di concussione per le presunte pressioni esercitate sull’allora direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato e per il quale la procura ionica ha chiesto una condanna a 5 anni di carcere, il secondo invece deve rispondere di favoreggiamento all’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà e rischia una condanna a 8 mesi di reclusione.

La richiesta danni formulata dall’avvocato Salvatore D’Aluiso, tuttavia, è parziale: la somma di circa 30 milioni di euro, infatti, riguarda esclusivamente le spese sostenute dalla Regione per far fronte all’emergenza ambientale e sanitaria causata, secondo l’accusa, dalle emissioni nocive dello stabilimento durante gli anni della gestione Riva. A questa cifra, quindi, dovranno poi essere aggiunti, qualora la Corte lo ritenesse necessario, anche i danni di immagine e i danni morali patiti dall’ente: cifre evidentemente molto alte che saranno però concretamente stabilite in un processo civile che partirà solo se l’eventuale condanna degli imputati dovesse diventare definitiva. Ma la questione giudiziaria, nel frattempo, rischia di diventare politica. Il tarantino Pentassuglia, infatti, è come detto uno degli esponenti della giunta di Michele Emiliano e in caso di condanna la sua permanenza potrebbe creare qualche mal di pancia. La vicenda, tuttavia, non è nuova: il coinvolgimento dell’esponente del Partito Democratico nell’inchiesta risale al 2013 quando furono chiuse le indagini. Pentassuglia, insomma, è stato indagato quando era ancora assessore della giunta guidata da Vendola e quindi ben prima che Emiliano gli affidasse la delega all’Agricoltura.

L’accusa nei suoi confronti è di aver negato un incontro con Archinà: un episodio ricostruito dai finanzieri di Taranto attraverso le intercettazioni telefoniche e non solo. Da quelle telefonate, infatti è emerso che nel 2010 Archinà si recò nell’ufficio di Pentassuglia a Martina Franca: in piena emergenza benzo(a)pirene, l’ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva era impegnato nella tessitura di una rete di rapporti che servivano a screditare i risultati delle campagne effettuate dall’Arpa di Assennato. Ignaro di essere ascoltato dalle Fiamme gialle, Archinà effettuò dal suo cellulare una chiamata proprio mentre si trovava, secondo l’accusa, nell’ufficio di Pentassuglia: al suo interlocutore spiegò dove si trovava e che il suo obiettivo era “distruggere” Giorgio Assennato, nemico giurato della fabbrica. Pentassuglia ha sempre negato di aver avuto con Archinà rapporti non istituzionali, ma contro di lui ci sarebbero una serie di telefonate: non solo quella appena ricordata, ma anche e soprattutto quella fatta dallo stesso Archinà pochi minuti dopo nella quale il dirigente Ilva e Pentassuglia scherzano in viva voce con una la segretaria della Cisl Daniela Fumarola. Per la procura è la prova che Pentassuglia abbia negato la verità.

Durante il primo giorno in cui la parola è passata alle parti civili, sul tavolo dei giudici sono però finite tante storie: operai feriti e altri deceduti, abitanti del quartiere Tamburi, sindacati, associazioni ambientaliste e di assistenza ai malati di tumori. Uno spaccato del territorio ferito a morte. O quasi. “Il disastro ambientale dell’Ilva è l’11 settembre di Taranto”, hanno detto gli avvocati Eligio Curci e Ludovica Coda che rappresentano Legambiente ricordando che, in quello stesso giorno che sconvolse gli Stati Uniti e il mondo intero, fu eseguito il sequestro preventivo delle batterie 3-6 del reparto cokerie: “Quell’11 settembre del 2001 – hanno ricordato i due avvocati – suonò un campanello d’allarme che purtroppo in pochi sentirono”. E poi il Fondo Antidiossina onlus con l’avvocato Raffaelle Cavalchini: la onlus fu fondata da Fabio Matacchiera, storico ambientalista che dagli anni ’80 ha documentato i danni creati dal siderurgico e negli anni ha svelato la presenza di inquinanti nel latte materno e nel sangue dei tarantini.

E poi ancora Peacelink, assistita dall’avvocato Filiberto Catapano Minotti, l’associazione guidata da Alessandro Marescotti che nel 2008 portò alla luce gli allarmanti livelli di diossina presenti nel formaggio prodotto con il latte di animali che pascolavano nei terreni contaminati introno alla fabbrica. E poi le storie degli abitanti del quartiere Tamburi. Come quella della 62enne uccisa da un carcinoma polmonare: per oltre 30 anni ha vissuto in via De Vincentis, a pochi metri dai parchi minerali e dalle collinette ecologiche che avrebbero dovuto proteggere gli abitanti dalle polveri e invece a distanza di decenni la procura ha sequestrato perché realizzate con scarti di produzione nocivi per la salute. Storie di sofferenze e di danni che continueranno anche nelle prossime udienze.

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