A quattro giorni dalla data in cui stando alle decisioni del governo scuole medie e superiori dovrebbero riaprire in presenza al 50%, continua il dibattito sull’opportunità di rinviare la ripartenza alla luce dell’aumento dei contagi. Il premier Giuseppe Conte nel corso del vertice con i capidelegazione della maggioranza, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia e membri del Cts ha escluso rinvii. Ma diverse regioni e pure alcuni esperti e addetti ai lavori non sono d’accordo. Secondo Elvira Serafini, segretario dello Snals – uno dei sindacati più rappresentativi della scuola – meglio sarebbe aspettare il 18: “Stiamo prendendo atto dei problemi dell’aumento dei contagi di questi giorni. Il giorno 18 gennaio potremmo già avere un’idea dell’andamento epidemiologico e decidere a ragion veduta”. Idea condivisa dal direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, secondo cui per far tornare gli studenti in aula “sarebbe prudente attendere almeno la seconda metà di gennaio per vedere gli esiti delle misure di questo periodo”.

Nel frattempo per Vaia “dobbiamo approfittare di questi giorni per poter mettere in atto azioni per aprire con maggior sicurezza le scuole. Oltre al potenziamento dei trasporti e alla sicurezza degli spazi comuni, oggi potrebbe significare poter vaccinare il personale scolastico sia docente che non docente per creare un ambiente il più possibile immune”.

Antonello Giannelli, presidente Associazione nazionale presidi, dal canto suo ribadisce che “ci si deve basare sulle evidenze scientifiche rappresentate dal CTS e quindi sì alla riapertura in presenza ma solo se non ci sono rischi per l’incolumità di studenti e personale”. Quindi “la frequenza deve essere ripristinata ma senza turnazioni dannose per l’organizzazione di vita e di studio dei ragazzi, limitando al massimo l’ampiezza degli scaglionamenti”. Secondo Giannelli “fondamentale requisito è che sui mezzi di trasporto vengano rispettate adeguate misure di sicurezza. Dentro le scuole le regole vengono rispettate e il rischio di contagi è minimo, come attestato da studi internazionali. Chiediamo da mesi che anche fuori dagli istituti scolastici le regole vengano rispettate e che si pratichi uno screening capillare e continuo tramite tamponi rapidi“, ha aggiunto.

Per Ornella Cuzzupi, segretario nazionale dell’UGL Scuola, per pensare di poter riprendere la didattica in presenza dal 7 gennaio “sono troppe le ombre e le incognite rappresentate dal rischio di un consistente aumento di contagi”.

In Lazio i sindacati continuano ad esprimere “perplessità e timore” che la riapertura della scuola il 7 gennaio, “non adeguatamente preparata, possa essere seguita da una repentina chiusura, che suonerebbe come una grave sconfitta amministrativa, politica e sociale“. Flc Cgil di Roma e Lazio lo ha affermato all’incontro tra sindacati della scuola, rappresentanti della Regione e l’Ufficio scolastico regionale. Per questo motivo ha chiesto “perlomeno di posticipare l’inizio delle attività in presenza di qualche giorno, per permettere alle singole scuole di riorganizzarsi nel modo più adeguato, nonché di consentire l’ingresso in fascia unica almeno fin quando sarà mantenuta la percentuale in presenza del 50% degli studenti”. E su sua richiesta “ci sarà da parte dell’assessore all’Istruzione del Lazio la valutazione di un possibile slittamento all’11 gennaio dell’attività didattica in presenza”. La Flc Cgil chiede infine una politica sanitaria attiva nelle scuole (contact tracing, accesso prioritario ai tamponi, vaccinazione prioritaria del personale scolastico, dopo quello medico, protocolli sanitari uniformi in tutte le ASL).

Intanto sono oltre 83mila le persone, soprattutto docenti, che in pochi giorni hanno sottoscritto la petizione del sindacato Unsic che chiede di proseguire con la Dad per qualche altra settimana, almeno alle superiori. Entro il 7 gennaio il sindacato punta a superare le 100mila adesioni. “Riaprendo le superiori in presenza, seppure a metà, si determineranno tra studenti, docenti, familiari e utenti del trasporto pubblico non meno di sei milioni di contatti al giorno“, scrive l’Unsic. “Se l’imperativo è ridurre le occasioni di distanziamento, c’è coerenza o incoscienza in tale scelta di riaprire, tra l’altro con poche novità in termini di presidi sanitari a scuola, tracciamenti o forte potenziamento dei trasporti? A ciò si aggiunge un altro dato inconfutabile: lo scorso 14 settembre, alla prima campanella, in Italia erano 1.008 i nuovi casi quotidiani di Covid e 14 i decessi; il 7 gennaio, quando riapriranno le scuole, casi e decessi saranno oltre dieci volte di più. Insomma, è concreto il rischio di alimentare una terza ondata peggiore delle altre”.

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