Hope Hicks, la consigliera di Donald Trump risultata positiva che lo ha accompagnato anche al dibattito a Cleveland, è stata vista salire mercoledì sul Marine One, l’elicottero presidenziale, con il genero-consigliero del presidente Jared Kushner, e gli uomini dello staff Dan Scavino e Nicholas Luna. Diretti in Minnesota. Tutti senza mascherina. Inclusi il tycoon e la first lady, poi risultati infetti. Proprio la mascherina è il dispositivo sul quale Trump sin da inizio pandemia – che ha ripetutamente minimizzato – è stato particolarmente scettico, fino ad arrivare a incentivarlo – qualche volta e per lo più esclusivamente a parole – solo in tempi recenti. Non l’ha quasi mai indossata in pubblico, alla convention repubblicana si è mostrato senza prestandosi a un bagno di folla insieme al vicepresidente Pence e durante il primo dibattito presidenziale l’ha estratta dal taschino prendendo in giro il rivale Joe Biden perché ”ogni volta che lo vedi indossa una mascherina. Anche se parla a distanza usa le mascherine più grandi che abbia mai visto”. Un approccio che lo avvicina alle dichiarazioni degli altri due negazionisti più celebri della pandemia, il premier britannico Boris Johnson e il presidente americano Jair Bolsonaro. Entrambi si sono ammalati e BoJo era stato ricoverato in terapia intensiva. Usa, Brasile e Regno Unito sono tre paesi dove peraltro il Covid ha dilagato e ora gli Stati Uniti hanno il triste primato di casi, 7,3 milioni, e di vittime, 207mila.

I precedenti di Johnson e Bolsonaro – Tutti e tre a modo loro nei mesi scorsi hanno ridimensionato i rischi della pandemia. Scetticismo verso le misure di prevenzione. Da parte di Bolsonaro e Trump in particolare una manifesta avversione all’uso della mascherina. Era il 27 marzo scorso quando il premier britannico annunciava con un tweet di essere risultato positivo al test del coronavirus. “Nelle ultime 24 ore ho sviluppato lievi sintomi”, scriveva il 56enne Johnson, confermando di essere “in autoisolamento” e di continuare “a guidare il governo in video conferenza”. Poi fu costretto a tre giorni di terapia intensiva. Il 13 aprile arrivava la notizia dell’esito negativo del test effettuato prima delle dimissioni dal St Thomas’ Hospital di Londra.

Il 7 luglio era il 65enne presidente brasiliano, che aveva parlato nelle settimane precedenti di una “febbriciattola” e aveva partecipato a incontri pubblici senza mascherina, ad annunciare in diretta tv di essere risultato positivo al Covid-19. Poi il 25 luglio lui stesso annunciava di essere risultato negativo all’ultimo test effettuato. Dopo la quarantena, diceva di aver preso l’idrossiclorochina, e affermava di avere “la muffa nei polmoni” dopo “20 giorni a casa”. Stamani la notizia diffusa – anche in questo caso via Twitter – dal 74enne Trump.

Lo scetticismo sulla pandemia: “È un’influenza” – Contraddetto più volte anche dal capo della task force anti-Covid alla Casa Bianca Anthony Fauci e dalle autorità sanitarie sull’uso del dispositivo e sulle riaperture troppo precoci, Trump già a fine febbraio da un comizio in North Carolina aveva parlato del coronavirus come della “truffa” usata dai democratici, che “stanno politicizzando” il Covid. “È un’influenza, scomparirà, un giorno come per miracolo, scomparirà”, diceva il 27 febbraio, mentre in Europa e in Italia si registravano centinaia di nuovi contagi al giorno dell’epidemia che aveva già paralizzato la Cina. “Lo scorso anno 37mila americani sono morti per la normale influenza, niente è stato chiuso, la vita e l’economia va avanti”, ribadiva il 9 marzo Trump nonostante già all’inizio di febbraio avesse rivelato a Bob Woodward che gli era stato comunicato che questo virus “era molto più letale della normale influenza“. Dopo la pubblicazione del libro del famoso giornalista del Watergate, all’inizio di settembre, Trump si è difeso dicendo che non voleva fare “allarmismo“. Anche dopo aver dichiarato, il 13 marzo scorso, l’emergenza federale per il coronavirus, Trump ha continuato a esprimere scetticismo sulla gravità dell’epidemia – che all’inizio ha colpito principalmente New York ed altri stati a guida democratica – e sulle misure precauzionali da adottare. In primavera Trump ha anche corteggiato con varie dichiarazioni e tweet i gruppi di estrema destra e di suoi sostenitori che, negli stati a guida democratica, avevano iniziato a protestare, spesso sfilando armati, contro le misure di distanziamento sociale, mascherine comprese, e le misure di lockdown imposte per limitare la diffusione del virus. Tra tutti l’ormai famoso “Liberate Michigan, Minnesota, Virginia”, un’esortazione a liberare questi stati in cui erano in vigore le misure.

“No all’obbligo della mascherina”. Poi la svolta “patriottica”. A parole – In particolare è diventata famosa la sua avversione alla mascherina. Aveva iniziato a parlarne il 1 aprile: “Se la gente vuole usarla certamente non nuoce”, ma consigliava di usare per un certo periodo “una sciarpa o qualcos’altro”, come un foulard, sottolineando che la priorità era di inviarle agli ospedali. Pur non portandola mai in pubblico all’epoca, il suo capo della campagna elettorale – poi licenziato – Brad Parscale aveva già provveduto a lanciare quelle con logo elettorale, di cui il presidente era entusiasta. “Ho raccomandato l’uso, ma non voglio metterla, sto bene, penso che seduto non starei bene” indossandola “nello Studio Ovale“, diceva il 4 aprile sottolineando che non “si vedeva a salutare leader mondiali, primi ministri, re, regine e dittatori con il volto coperto”. L’11 maggio, poi, le nuove regole per tutti i membri dello staff presidenziale sull’obbligo introdotto alla Casa Bianca esoneravano Trump e il vice Pence.

Nello stesso mese aveva anche deriso un giornalista alla Casa Bianca perché non voleva togliersela e il primo luglio in un’intervista a Fox aveva continuato a mostrarsi scettico sull’uso del dispositivo. “L’ho indossata, sembro il Cavaliere Solitario, e la indosserei se fossi in un gruppo. Le mascherine sono positive”, aveva detto, mostrandosi però dubbioso sull’imposizione di un obbligo nazionale. Poi il 12 luglio si era mostrato col volto coperto per la prima volta in pubblico per una visita all’ospedale militare Walter Reed. “Non ho mai detto di essere contro le mascherine, ma credo che vi siano luoghi e momenti giusti per indossarle”, disse allora. Una posizione che ha ribadito nel dibattito di due giorni fa.

Il 18 luglio aveva insistito sul no all’obbligo, affermando di non essere d’accordo con le indicazioni date dai vertici delle autorità sanitarie e dagli esperti come il virologo Anthony Fauci. “Io penso che la mascherina sia un bene ma voglio che la gente abbia una certa libertà non credo che si debba prendere in considerazione un obbligo a livello nazionale. E non sono d’accordo con chi dice che se si indossa la mascherina la pandemia scompare”. Poi, la svolta (a parole): il 20 luglio aveva definito “patriottico” il gesto di indossarla e chiesto agli americani di metterla in caso non riuscissero a mantenere il distanziamento perché la situazione sarebbe “peggiorata”. Dichiarazioni a cui non sono stati seguiti i fatti, visto che il presidente in pubblico si è quasi sempre presentato senza protezione. Ansioso di tornare a fare comizi negli Stati Uniti, a Tulsa, Oklahoma, lo scorso 21 giugno erano pochi i suoi sostenitori che indossavano la mascherina e rispettavano il distanziamento: due settimane dopo nella città c’è stato il picco dei contagi. Stesso approccio anche il 9 settembre in North Carolina.

Il 17 settembre aveva poi smentito anche Robert Redfield, direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), dicendo che “il vaccino è molto più efficace delle mascherine”. Un vaccino che peraltro non esiste ancora ma sul quale il presidente ha puntato la sua campagna elettorale. E infine martedì, durante il dibattito televisivo, aveva preso in giro Joe Biden perché “ogni volta che lo vedi indossa una mascherina”.

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