di Paolo Bagnoli

Le recenti elezioni presidenziali americane hanno attirato, com’è naturale che sia, un vasto interesse; se non altro perché è stato finalmente spiegato ai più il meccanismo per la scelta del Presidente. In tanti abbiamo tirato un sospiro di sollievo per la vittoria di Joe Biden. In questo frangente abbiamo compreso quanto, quella che ritenevamo la più solida democrazia al mondo sia, invece, fragile e come basti un personaggio quale Donald Trump a gettarla in una crisi rilevante; una crisi di cui, per il ruolo che hanno gli Stati Uniti, pur con tutte le loro anche gravi pecche, avrebbe ripercussioni devastanti per l’intero mondo occidentale.

Trump ha creato una frattura profonda non solo nel tessuto sociale e culturale del proprio Paese, ma in quanto si definisce Occidente; ossia, in quella parte del mondo che, al di là di tutte le possibili differenze tra le diverse realtà che ne fanno parte, si sente legata da un filo storico che lo lega ai valori della libertà e della democrazia. Princìpi si dirà, ma i princìpi sono fondamentali in politica; sia in quella interna sia in quella internazionale.

Così mentre si è seguito l’andamento del voto Stato per Stato dell’Unione, scoprendo meccanismi, differenze e preferenze politiche degli schieramenti, ci si è poco interessati a domandarci perché, nonostante tutto, Trump abbia raccolto tanti voti a dimostrazione di come il trumpismo abbia cambiato il Paese. Per dirla con una definizione che Luigi Pirandello dette di Benito Mussolini, Trump è “un attore che recita il proprio personaggio”. Lo ha fatto e lo sta facendo fino in fondo; la sua arroganza, il suo machismo politico, il suo volgare ed egoistico nazionalismo hanno generato un’idea sovranista che supera i confini degli Stati Uniti. Essa ha trovato adepti anche in Europa, Italia compresa la quale non ha perso il vizio di attingere dall’esterno parole d’ordine, scimmiottare atteggiamenti riconditi poi in salsa nostrana, motivare le proprie politiche in logiche lontane, basta appaiano vincenti. Avrebbe detto Ennio Flaiano: “andare in aiuto del vincitore”.

Al trumpismo hanno attinto Matteo Salvini e Giorgia Meloni; a Biden si sono subito rifatti i nostri democratici. Walter Veltroni, naturalmente, non si è lasciato perdere l’occasione, dichiarando: “Da Biden un modello per la sinistra: il riformismo coraggioso”. Lasciamo stare se Biden sia o meno di sinistra; a nostro avviso non lo è. Biden ci sembra l’espressione civile di un moderatismo centrista che, forse, in questo momento, è proprio ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Vedremo se sarà capace di risanare un paese diviso che abbiamo visto nelle strade e nelle piazze, pieno di milizie armate, manifestare quasi si fosse al preludio di una guerra civile. Non è un fenomeno italico nuovo che si colmi il vuoto elaborativo di quella che dovrebbe essere la sinistra, andando fuori dalle frontiere.

I comunisti, ex o post che fossero, hanno inneggiato a Tony Blair e a Bill Clinton, rispettabilissimi uomini di Stato che, però, con la sinistra non avevano niente, ma proprio niente, a che spartire. Veltroni ha rinnovato il canone, nel momento in cui, colui che viene ritenuto l’uomo forte del Pd, ossia Goffredo Bettini, ha lanciato ai quattro venti l’intenzione di lanciare un non meglio precisato “manifesto social–cristiano”.

Le riflessioni serie sul trumpismo sono state rare. Fa eccezione Gianfranco Pasquino (“Il Fatto”, 10 novembre 2020) che ammonisce a non considerare la vittoria di Biden come la sconfitta del trumpismo, il quale, battuto Trump, resta.

Crediamo che il fenomeno abbia origini ben radicate nelle trasformazioni sociali e comportamentali verificatesi negli ultimi anni. Nel fatto che viviamo nel secolo della solitudine; una questione a cui, recentemente, la filosofa inglese Noreena Hertz ha dedicato un saggio. Intervistata da la Repubblica (4 novembre 2020) ha detto: “I populisti hanno i loro seguaci e trovano consenso tra coloro che hanno meno amici e meno conoscenti”. Costoro, tramite un’arroganza rabbiosa e l’insofferenza alle regole, lontani dal confronto con chicchessia e, quindi, immersi nella loro “asocialità”, tramite i social media si sentono in un circuito in cui finalmente possono dire la loro. Non avendo, sostanzialmente, niente da dirsi, si scrivono affermando così la propria esistenza.

Ignoranza della democrazia, egoismo sociale, disprezzo di tutto quanto è comunità costituiscono gli ingredienti che condiscono atteggiamenti e scelte che appaiono loro come forma di riscatto affidandosi a chi ne liscia il pelo e fa della loro debolezza la propria forza. Trump ha, per così dire, risvegliato quest’America cavalcando sentimenti di odio sociale e di piglio proprietario; invece di portare tale massa nei terreni della democrazia l’ha spinta a sollevarsi, a sentirsi protagonista riscattando una condizione di persone tradite dal sistema. La conseguenza è una rottura che allarga ulteriormente la faglia di una convivenza che in America è già di per sé cosa quanto mai complessa.

In America, inoltre, il sovranismo, ha assunto il profilo della rottura del mondo occidentale; nel vecchio continente quello dell’opposizione, talora pregiudiziale, all’Europa. Ci sia permesso di dire che l’Italia sovranista è un qualcosa che desta amara ilarità; ma, anche da noi, il lascito del trumpismo è stato subito raccolto. Meloni ha tenuto a far sapere: “Condivido con Trump idee e valori e in questi anni ho lavorato per rafforzare i legami” (la Repubblica, 9 novembre 2020).

Ringraziamo, quindi, Biden di aver sconfitto anche Fratelli d’Italia; riandando al nostro Inno nazionale che il partito di destra vuole richiamare, non sembra proprio che, quella di Meloni, si sia “desta”, mentre lo appare l’America. Chi vivrà, naturalmente, vedrà a meno che non si svegli con gli occhi ancora addormentati.

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