Tra ormai poche ore, se Dio vuole, Donald J. Trump sarà l’ex-presidente degli Stati Uniti d’America. E tutto lascia credere che anche in questo suo nuovo ruolo – storicamente considerato un “non-ruolo”, una sorta d’etichetta appesa al collo d’un inerte segmento del passato – riuscirà, come già nei suoi quattro anni di presidenza, a dare il peggio di sé.

Vale a dire: un peggio molto peggiore del peggior peggio che i peggiori, o i più trucemente fantasiosi, tra i più cronici pessimisti s’erano, prima del suo avvento, azzardati a pronosticare. Dire infatti – come non pochi vanno superficialmente ripetendo – che Donald J. Trump è stato il peggiore dei “commander in chief” è cosa del tutto inappropriata. E non solo per il rispetto dovuto ai personaggi – Andrew Johnson, James Buchanan, Warren Harding, Franklin Pierce ed un paio d’altri – che da sempre molto validamente si contendono, nei testi di storia, il non troppo lusinghiero titolo di maglia nera.

Il punto è che il presidente che s’appresta, giusto oggi, a diventare il più recente e il più recalcitrante degli “ex” non può, in alcun modo, essere definito in termini comparativi. Questo per l’ovvia ragione che, volendo ricorrere ad uno dei primi e più famosi neologismi trumpiani (quelli, per intenderci, che i suoi detrattori sono soliti chiamare strafalcioni) Donald J. Trump sempre è stato qualcosa di “unpresidented”. Ovvero: il tragicomico frutto dello sposalizio tra unprecedented, senza precedenti, e unpresidential, non presidenziale.

E tale – “unpresidented” Trump continuerà ad essere anche lontano dalla Casa Bianca. Come? Difficile dirlo. Ma nell’improbabile caso che Trump decidesse di seguire i più tradizionali passi dei suoi predecessori, qualche assaggio già lo si potrebbe gustare esaminando il progetto della “Trump’s library” prossima ventura.

Perché la Trump’s library? Perché, come tutti sanno, proprio questo vuole la tradizione: che ogni ex-presidente allestisca una propria “biblioteca-museo”, nella quale esporre il senso della proprio doppio o unico mandato, attraverso raccolte di documenti, oggetti, esposizioni permanenti e memorabilia vari destinati, almeno nelle intenzioni, a definire un lascito storico. Il tutto naturalmente aperto al pubblico, con l’immancabile presenza di un “gift-shop”, un negozietto di souvenir e una caffetteria.

Quali potrebbero essere domani – questa è la domanda – i souvenir acquistabili nel “gift-shop” della Trump’s library? Le possibilità sono, in verità, infinite. Bello sarebbe tornare a casa – volendo restare alle memorie più recenti e vive – con una fedele riproduzione in miniatura della forca che le orde pro-Trump giorni fa esibirono, prima dell’assalto, davanti alla sede del Congresso. O con un simpaticissimo “Giuliani’s abacus”, la replica materiale del metaforico pallottoliere con il quale il ben noto “avvocato personale” di Trump ha, dopo il 3 novembre, cercato di esporre di fronte a più di sessanta giudici – da tutti respinto con umilianti sentenze – l’aritmetica d’una frode elettorale mai esistita.

O, ancora, con un delizioso “Trump Toy”, un pupazzetto parlante che, schiacciando l’apposito bottone, ripeta le frasi più celebri pronunciate da Trump. Su tutte: il “You should do us a favor, tough”, dovrebbe però farci un favore, con il quale a suo tempo, il nostro “ex” ricattò il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (cosa che gli valse il primo dei suoi due impeachment); e l’altrettanto famoso “All I need are 11.780 votes…”, tutto quello di cui ho bisogno sono 11.780 voti, col quale Trump invitò il segretario di Stato (repubblicano) a “trovare” i suffragi che gli servivano per vincere nello Stato della Georgia.

Di grande interesse potrebbe risultare anche una visita guidata alla “Trump’s Tax Returns Permanent Exibition”, una stanza piena di scaffali vuoti dove si possono esaminare le dichiarazioni dei redditi che Trump, unico tra i presidenti, mai ha presentato. Il meglio però – se mai questa biblioteca-museo dovesse essere costruita – lo si potrà presumibilmente trovare nel menù della caffetteria. Dove – facile profezia – sicuramente non mancherà il “Bleach-sandwich”, un panino alla candeggina in memoria della celeberrima “cura” ipotizzata da Trump in una delle sue conferenze stampa dedicate alla pandemia. O il “Global Warming Toast”, un toast nient’affatto tostato (anzi decisamente congelato) perché, come Trump ha più volte ripetuto, il riscaldamento globale non è che una burla inventata dai cinesi.

O ancora, per chi è alla ricerca di più esotiche avventure culinarie, il delizioso “Taco Wall”, un taco immaginario (come il famoso muro da costruire ai confini sud della nazione) servito su un piatto vuoto ad un prezzo a piacere, perché tanto sarà il Messico a pagare il conto…Da bere? L’Orange Don, una bevanda color giallastro estratta da sostanze che, come le componenti della chioma di Trump, hanno origini misteriose, ma sicuramente non naturali.

Di buono c’è che, in attesa della “Trump’s Library”, qualche eccellente souvenir già lo si può acquistare. Basta per questo andare alla periferia di Filadelfia, nel luogo dove, per un errore nella consultazione della guida telefonica, Rudy Giuliani organizzò, lo scorso novembre, la sua prima, spettacolare conferenza stampa destinata a denunciare la “grande frode”. Quel luogo – l’avete indovinato – è il negozio di giardinaggio da Giuliani scambiato per il lussuosissimo Four Seasons Hotel.

Ovvero: il Four Seasons Total Landscaping, i cui proprietari subito hanno fatto tesoro dell’inattesa notorietà mettendo in vendita una collezione di t-shirt che rifanno il verso ad un paio dei più celebri slogan presidenziali. Il primo è, naturalmente “Make America Great Again”, trasformato in “Make America Rake (‘rastrellare’, nda) Again”. Il secondo è “Law and Order”, legge e ordine, parafrasato in “Lawn (‘prato’, nda) and Order”.

Quelle magliette stanno andando a ruba. E poi c’è chi (i soliti “liberal”) ancora s’ostina a negare che Trump abbia creato (ipse dixit) “la più grande economia di tutti i tempi”…

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