Non esiste alcun obbligo per le scuole di utilizzare stoviglie e piatti di plastica monouso a causa del covid-19. Non solo: i refettori interni agli edifici scolastici, purché si rispetti il distanziamento richiesto, continuano ad essere l’opzione migliore per i bambini. Consumare il pasto in aula, invece diventa necessario quando il refettorio è stato requisito per la didattica, oppure se le turnazioni in mensa non bastano, ma non significa automaticamente che le scuole debbano passare al cosiddetto lunchbox e relative monoporzioni sigillate, con cibo cotto ore prima. A spiegare punto per punto tutti i nodi relativi alla riapertura delle scuole rispetto alla mensa –e i fraintendimenti rispetto alle normative uscite in estate – è Claudia Paltrinieri, direttrice di Foodinsider.it, un autorevole osservatorio sulle mense scolastiche e autrice del recente Mangiare a scuola (Franco Angeli).

Facciamo un po’ di chiarezza: anzitutto, cosa dice il ministero della pubblica istruzione rispetto alle mense nella scuola post covid-19?
Voglio dire subito una cosa: come l’Oms ha specificato, il cibo non è veicolo di virus, altrimenti i ristoranti non potrebbero essere aperti. Per questo il ministero non ha dato alcun obbligo alle scuole di utilizzare le monoporzioni. Questo si evince sia neidocumenti del Comitato Tecnico Scientifico, sia nelle Linee guida del Ministero dell’Istruzione che in quelle della Società Italiana di Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (Siti) (la stessa che ha dato indicazione per la riapertura di bar e ristoranti), dove si sottolineal’importanza di garantire il distanziamento, l’uso delle mascherine e l’utilizzo dei guanti per gli addetti.

Dove si è creato l’equivoco, allora?
Penso che sia stato a causa di una interpretazione sbagliata di alcune righe del documento del 28 maggio del Comitato Tecnico, dove il lunchbox e le monoporzioni sono citate come soluzione residuale nel caso tutte le altre fossero impossibili. Questa scelta, infatti, dovrebbe essere solo l’extrema ratio laddove non si riesca a fare più turni in mensa oppure non si riesca, per qualche ragione meramente organizzativa, a scodellare il pasto in classe. Ripeto, mangiare in classe non significa automaticamente che si debbano usare le monoporzioni sigillate. Ulteriore confusione è stata aggiunta dal Protocollo Sicurezza siglato da ministero e sindacato, sul quale anche l’Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni italiani, era intervenuta subito per chiedere spiegazioni. Lo stesso ministero infatti ha chiarito la sua posizione e cioè che la monoporzione sigillata va usata in casi estremi per il servizio in classe.

Ma cosa s’intende esattamente per lunchbox e monoporzioni?
È un pasto cucinato la mattina presto e sigillato in uno o più piatti di plastica, per essere consegnato all’interno di un box nelle varie scuole. Attenzione, però: per fare questo tipo di monoporzione ci vuole la macchina per termosigillare che ovviamente non è disponibile in ogni scuola perché costa migliaia di euro. Quindi cosa succede? Le aziende di ristorazione spostano la produzione dalle cucine interne al centro industriale, dove il cibo viene preparato al mattino presto e rimane stagnante per ore prima di essere consumato. Una soluzione dannosa per i bambini perché il pasto perde qualità organolettiche e potere nutrizionale e ha un alto impatto ambientale. Su questo abbiamo fatto una campagna di comunicazione con un appello della società civile alle istituzioni e una petizione online con gli hashtag #moNOporzioni e #salvalamensa.

Si sa già come erogheranno il servizio mensa i Comuni?
Per ora sappiamo che Varese e Firenze dopo l’insuccesso delle monoporzioni sigillate nei campi estivi le hanno scartate come opzione. Bolzano, così come Cremona, punta a privilegiare i doppi turni in refettorio mantenendo stoviglie in ceramica e posate in metallo. A Bergamo si mangerà soprattutto in classe con servizio multiporzione a cura del personale; dove restano refettori idonei, più turni; ma comunque stoviglie tradizionali ovunque e niente monoporzione.

Cosa possono fare i genitori che hanno figli nelle cui scuole sono state inserite le monoporzioni?
Devono monitorare sia la qualità del cibo, dei menù, che la quantità di scarti, che probabilmente aumenteranno se il cibo ristagna a lungo. È ovvio che le mense dovranno, forse, per velocizzare il servizio, introdurre qualche piatto unico in più, ma questa non deve essere la scusa per proporre pizza e lasagne a gogo. C’è un altro problema non di secondo piano che riguarda le monoporzioni: come faranno i bambini piccoli ad aprire i piatti sigillati?

Parliamo dell’acqua. Molte scuole hanno introdotto le bottigliette monouso, che ne pensa?
Purtroppo, visto che i bambini non possono toccare la caraffa, qualcuno deve versare loro l’acqua. A Bergamo, per esempio, utilizzeranno le brocche dell’acqua servite dagli adulti. Su questo si sta ancora lavorando, una opzione è far usare le borracce ai bambini definendo, in accordo con le asl, un protocollo di igiene che le famiglie dovranno adottare per pulirle. Il rischio è quello di dover ricorrere alle bottigliette di plastica e quindi causando una montagna di rifiuti, che sarebbe assurdo.

Quali saranno, in definitiva, le conseguenze di queste scelte sui bambini?
Ancora una volta la differenza la faranno quelle scuole e quei servizi mensa che lavorano bene e nell’interesse dei bambini rispetto a chi invece non vede l’ora di riportare nuovamente la lavorazione nelle cucine industriali, tornando indietro rispetto agli obiettivi indicati da Criteri Ambientali Minimi e dagli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. La conseguenza sarà che la forbice tra bambini poveri e meno poveri aumenterà, perché mentre i primi non pagando la mensa continueranno ad usarla, i secondo cominceranno a disdire il servizio, chiedendo magari di portare il pasto da casa: un tema su cui ancora la legislazione è controversa, ma che diventerà sempre più all’ordine del giorno. E così la mensa, invece di essere uno strumento di inclusione e di educazione per bambini sempre più obesi e che spesso mangiano male a casa, diventerà uno stigma di povertà. Ma non per colpa del covid-19, ma di una cattiva interpretazione della normativa, sciatteria, disinteresse per la salute dei nostri figli.

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