Ancora una volta per paura del contagio “impersonale”, quello che passa per le superfici e gli oggetti, quello più improbabile, si prende un provvedimento che danneggia l’ambiente e che rende economicamente più insostenibili i processi. Era già accaduto con l’assurdo divieto di differenziare i rifiuti provenienti dalle abitazioni dei positivi al Covid e con l’assurdo obbligo di usare guanti usa e getta in una serie di occasioni.

Ora mi riferisco al protocollo di sicurezza per le mense e la refezione scolastica concordato tra Ministero della Pubblica Istruzione e sindacati, che apre la porta al ritorno delle stoviglie usa e getta anche in quelle scuole che l’avevano superato e soprattutto all’introduzione delle monoporzioni sigillate come modalità di preparazione e di consumo del cibo.

Qualcuno ha già cominciato a reagire ma ci sono pochi giorni, nell’immediato dopo Ferragosto per scongiurare una piega che poi sarebbe veramente difficile raddrizzare. Dire queste cose, si sa, è come remare controcorrente. Immagino già di sentire le contro obiezioni: “Che fastidio è quello della monoporzione di fronte all’importanza di essere sicuri contro il Covid?”. Ma il punto d’inizio del ragionamento è proprio questo: la monoporzione non dà più sicurezza.

Già lo scorso 9 marzo, nei primi giorni di crisi pandemica nel nostro continente, il direttore scientifico dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), Marta Hugas, spiegava che “le esperienze con precedenti focolai epidemici riconducibili ai coronavirus, come il coronavirus della sindrome respiratoria acuta grave (Sars-Cov) e il coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale (Mers-Cov), evidenziano che non si è verificata trasmissione tramite il consumo di cibi. Al momento non ci sono prove che il coronavirus sia diverso in nessun modo”.

Circola un documento firmato tra gli altri da Aiab, Slow Food, Legambiente e ignorato finora dai media che è molto meditato e importante: “Il processo di produzione del pasto in monoporzione con legame fresco caldo**, che si prevede all’interno delle cucine centralizzate al fine di sottoporlo anche al processo di porzionamento / termosigillatura, si presuppone che venga preparato / cotto alle 6 di mattina e stazioni per ore prima di essere servito, con un degrado importante della qualità organolettica del piatto che verrebbe ampiamente scartato dai bambini”.

E ancora: “Se si tiene conto che già oggi il cibo scartato si aggira intorno al 30% si potrebbe arrivare anche a più della metà del cibo rifiutato. […] Quindi è facile immaginare che gli scarti di cibo potrebbero arrivare a superare il 50%. Oltre alla crescita esponenziale dei rifiuti di cibo questa soluzione porterà ad un aumento esponenziale di rifiuti di plastica o di materiale compostabile (il packaging di 3 monoporzioni equivale a 45 gr. a cui si sommano 4 gr per bicchiere e 15 gr. per le posate, per un totale di circa 11 kg di plastica a bambino per l’anno scolastico) con inevitabili problemi di organizzazione e costi di smaltimento per le Amministrazioni e un pesante impatto sull’ambiente”.

Inoltre la complicazione del processo di preparazione dei pasti da un lato e l’aumento degli imballaggi dall’altro porterebbero inevitabilmente a un aumento delle tariffe che potrebbe rivelarsi pesante e aprire la strada a ulteriori defezioni dalle mense scolastiche. Il documento dice addirittura che si rischiano “menù sbilanciati e ripetitivi, a base di cibo processato e impoverito dei suoi poteri nutrizionali e protettivi (vitamine e altri composti bioattivi) rappresentano un pericolo per tutti i bambini, in particolar modo per quelli che vivono in condizioni di povertà assoluta (oltre 1 milione) e per i quali il pasto scolastico rappresenta l’unica opportunità di nutrirsi correttamente.”

Se si vuole proteggere da eventuali contagi il momento del pasto non sono le monoporzioni o le stoviglie usa e getta la soluzione (già non sono molte le mense che prevedono di lavare i piatti, ma cosa si vuole affermare adesso, che lavare i piatti favorisce il Covid?). Le soluzioni di sicurezza passano per la logistica dei pasti, il distanziamento fisico, le mascherine, non per l’abbruttimento e la plastificazione del cibo.

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