Il maxi-processo “Rinascita-Scott” si celebrerà in Calabria. Le udienze del più grande procedimento contro le cosche di ‘ndrangheta, il secondo più imponente della storia dopo quello a Cosa Nostra di Palermo, si terranno in un immobile di 3.300 metri quadri individuato a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha firmato il protocollo d’intesa con cui si definisce l’utilizzo dell’immobile: un’operazione finanziata e avvenuta con la collaborazione della Regione Calabria, del Demanio, degli uffici giudiziari di Catanzaro, dell’avvocatura e della struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, per garantire il rispetto delle misure sanitarie.

“Ci siamo impegnati al massimo per trovare una soluzione adeguata affinché un processo che si prospetta molto importante in chiave di lotta alla criminalità organizzata si celebri in piena sicurezza, ma soprattutto, in Calabria”, ha affermato il Guardasigilli che ha ringraziato tutti i soggetti coinvolti “per la fattiva collaborazione – afferma il ministero – che permetterà di avviare subito i lavori di adeguamento della struttura che servirà da aula bunker anche per i processi futuri”. In regione, fino all’individuazione dell’immobile a Lamezia Terme, non esisteva un’aula bunker in grado di ospitare il maxi-processo che con ogni probabilità avrà quasi 500 imputati, più i loro legali. Il rischio, dunque, era che il più importante processo alla ‘ndrangheta si tenesse lontano dalla Calabria.

Le indagini della procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri si sono chiuse lo scorso 18 giugno. La maxi-inchiesta – condotta dai carabinieri del Ros, Nucleo anticrimine di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia – conta 479 indagati e lo scorso 19 dicembre scorso aveva portato all’arresto di 334 persone, impiegando oltre 3mila uomini delle forze dell’ordine, e smantellato la cosca Mancuso di Limbardi, che controlla il territorio di Vibo Valentia.

In manette erano finiti tutti i boss di Limbadi, come il mammasantissima Luigi Mancuso detto “lo zio”, e il loro gregari. Ma anche ex parlamentari, ex consiglieri regionali, sindaci, carabinieri e professionisti al servizio dei clan, compreso l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, avvocato e massone definito dal gip che firmò l’ordinanza di custodia cautelare “la cerniera tra i due mondi” in una “sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere”. Alle cene che l’avvocato organizzava nella sua abitazione, lungo viale Mazzini a Catanzaro, partecipavano tutti, anche esponenti delle forze dell’ordine e magistrati. In un’intercettazione registrata all’interno del suo studio, Pittelli aveva detto: “Il pericolo in questa città è Gratteri”.

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