Il maxi-processo “Rinascita-Scott potrebbe celebrarsi fuori dalla Calabria. La Dda di Catanzaro si appresta chiedere il rinvio a giudizio, ma nella Regione non c’è un’aula bunker o un tribunale che possa ospitare i quasi 500 imputati con i loro avvocati. Il dato è emerso questa mattina a margine della presentazione del nuovo presidente del Tribunale di Catanzaro, Rodolfo Palermo. Al termine della cerimonia, la domanda su dove si farà il processo, che prenderà le mosse dalla maxi-inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, è stata posta al procuratore della Repubblica Nicola Gratteri. “Ancora non ci sono determinazioni definitive – ha spiegato Gratteri – Io so per certo che il presidente della Corte ha scritto al ministero già nel marzo 2019. Quindi, sostanzialmente, il presidente della Corte ha messo in mora il ministero un anno e tre mesi fa”.

Gratteri e i pm del suo ufficio nei mesi scorsi hanno già riscontrato disagi simili per il processo Stige contro le cosche crotonesi. Adesso il rischio è che la storia si ripeta, con il processo “Rinascita-Scott” che potrebbe emigrare fuori dalla Calabria. Il problema, stando a quanto dichiara Gratteri, è conosciuto da tempo in via Arenula, sede del ministero della Giustizia. Ma ancora non ci sono soluzioni: “Se qualcuno non ha provveduto non è un problema mio – chiarisce il procuratore – Lo dico con dispiacere e con rammarico. Ma non è detta l’ultima parola”.

Intanto sembra esclusa l’ipotesi che si possa celebrare a Vibo Valentia il maxi-processo ai boss della cosca Mancuso, ai loro luogotenenti e ai politici arrestati lo scorso dicembre: “A Vibo non penso – sostiene Gratteri – perché, anche considerando il Covid, noi dovremmo contenere nella stessa stanza come minimo 600 persone. Non ci sono questo tipo di spazi di in Calabria”.

In attesa di una risposta dal ministero della Giustizia, la Procura sta facendo la sua parte per ritornare alla normalità dopo l’emergenza coronavirus: “La fase 2 nel mio ufficio – spiega ancora il procuratore Gratteri – è iniziata il 12 maggio, niente più smart working. Grazie anche al presidente della Corte d’Appello ci siamo attrezzati. L’Inail dice che servono guanti, mascherine, il gel e l’areazione. Noi abbiamo anche fatto la sanificazione, i tamponi e la misurazione della temperatura all’ingresso ogni mattina. È più facile infettarsi al supermercato che non stando in ufficio in Procura a lavorare. Tra l’altro è possibile comunicare con la Procura attraverso pec, anche inviare documenti o fare istanze. Non c’è nessun rischio”.

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