“Lo sono di nome e di fatto e a me piace salvare le aziende”, si presentava così Salvatore Mancuso e con lui se ne va un altro pezzo della Grande Finanza. La sua è stata una folgorante carriera, da bancario a banchiere, da amministratore delegato di varie società ai vertici Alitalia, e fondatore di Equinox, società di investimenti di private equity nei settori dell’industria e dei servizi. Non è morto di coronavirus, ma di un’altra bestiaccia di malattia. Aveva 70 anni. Apprendere della morte di un amico nella clausura forzata delle nostre case rende la notizia ancora più dolorosa.

Due intere pagine di necrologi sul Corriere è la testimonianza di quanto fosse amato, rispettato. E anche temuto. Senza funerale, con la negazione dell’addio se ne va in silenzio, in punta di piedi, lasciandosi dietro una scia di allegri ricordi come il simposio gourmet al Baretto di via Senato dove una volta all’anno riuniva gli ex compagni di merenda, da Giacomo Agostini a Canio Mazzaro. In tema risotto “smidollato” alla milanese con ossobuco e sottofondo musicale da “Il meglio della nostra vita”. Panettone e bollicine millesimate, parrucche colorate e occhialoni anni 60.

Una volta mi trovai coinvolta anche io. L’anfitrione Mancuso avvolto dentro una boa di struzzo imitava Marilyn, ancheggiando, ondeggiando sulle note di “Happy birthday, mr. President”. Travolgeva anche i vicini di tavolo che erano Fedele Gonfalonieri e Floriana Mentasti. Invitava a ballare una signora a caso, passo di tango, e voilà, la lascia scivolare in un casqué. Avanti un’altra, Daniela Santanchè, pronta ad agitare il mazzo di carte per una partita di burraco.

Una volta, non molto tempo fa, gli dissi che mi candidavo a scrivere una sua biopic, mi rispose che alla sua età era troppo presto per pensarci. Portatore di una finanza d’altri tempi, non solo fatta di numeri, diavoli e predatori, ma basata anche su una solida cultura, anche classica, e su una buona rete di conoscenze. Era figlio del Sud e fiero di esserlo: da Sant’Agata Militello, provincia di Messina, a Milano, da emigrante (ci scherzava su) a Presidente del Banco di Sicilia. La cosa che gli riusciva meglio era risanare conti in rosso e bilanci ballerini. Battutista pronto: “Se ti occupi di finanza, un’inchiesta della magistratura ti tocca sempre”.

Aveva i modi da gentiluomo vecchio stampo, amava vestire sartoriale, vanitoso e charmoso, nella sua casa siciliana riceveva amici da ogni dove, da far concorrenza alla costa smeraldina. Con spirito istrionico/feudatario/goliardico gestiva uno stuolo di contadini e pescatori che gli portavano ad “annusare” i prodotti freschi della sua terra e si gozzovigliava da mattina a sera su tavolate imbandite a meraviglia.

Finire nelle sue liste natalizie voleva significare ricevere graditissimi pacchetti con tonno, torroncini e marmellate, tutta roba genuina, come recitava il logo dell’etichetta “Casa Costanza” per la famiglia Mancuso e per gli Amici (amici scritti con la lettera maiuscola, a dimostrazione di quanta importanza desse loro). Anche io, per grazia ricevuta, finii nella lista e mi sono deliziata con confetture di pera coscia, arance caramellate e mandarini tardivi.

Una volta lo intercettai al ristorante Bolognese, ero seduta con Mafe Stagno d’Alcontres, ci venne a porgere i suoi saluti, quando andammo a pagare il conto era già stato saldato. Ci aveva pensato lui.

Ci siamo sentiti l’ultima volta a fine gennaio quando lo invitai per un convegno “Sos Planet” al Maloja Palace di Engadina: “Grazie di cuore, ma come sai Tammy non ama la montagna”. Tammy era l’adorata moglie.

Adesso costretti nel silenzio delle nostre “cappelle” domestiche a recitare sommessamente un Eterno Riposo (non quello sbiascicato da Salvini in tivù). La vita genera la vita, senza fine, recita l’antichissima massima cinese. Spero che “nostra sorella morte” ti abbia ben accolto. Buona Luce, Sal.

pagina Facebook di Januaria Piromallo

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