Nel lontano 6 agosto del 1963 l’Italia si svegliò apprendendo dal quotidiano La Stampa che esisteva una organizzazione mafiosa chiamata Cosa nostra. La notizia arrivava dagli States ed era frutto di un inteso lavoro investigativo fortemente voluto da Bob Kennedy e che aveva trovato un impulso decisivo nel pentimento di un boss, Joe Valachi.

Il capo della potente piovra era Vito Genovese ed il principale settore di attività era il commercio della droga. La storia di Valachi – facile l’accostamento con Tommaso Buscetta che parlò di Cosa nostra molti anni dopo – è oggi ricostruita in un libro di Gabriele Santoro che Chiarelettere porta nelle librerie in questi giorni, dal titolo La scoperta di Cosa nostra e che consigliamo soprattutto a quegli amministratori che fino a poco tempo fa si ostinavano pubblicamente a fare il verso all’ingegner Salvo descritto da Sebastiano Vassalli nel suo bellissimo libro Il Cigno: ”Credere nella mafia è una forma di superstizione, come credere all’esistenza del malocchio, o della stregoneria….”.

Santoro ripercorre l’impegno radicale, diremmo rivoluzionario, del Procuratore generale Kennedy poi ministro della Giustizia, figlio di Joe, l’irlandese che aveva fatto palate di soldi anche con i malavitosi, nell’individuare il grumo di malaffare mafioso come un nemico pubblico, tanto da introdurre – la tecnologia lo permetteva – nuove tecniche d’indagine, l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, l’adozione di misure per la protezione dei collaboratori di giustizia e un nuovo reato per definire e perseguire un appartenente a Cosa nostra. E tanto da concepire una sezione specializzata nel dipartimento di Giustizia con un buon numero di procuratori impegnati nel Crime and Racketeering Section, una sorta di pool antimafia come quello poi attuato da Rocco Chinnici.

Il fratello di Jfk aveva maturato una visione della società che aveva già spiegato in un libro autobiografico scritto nel 1960, The enemy within, forse un tentativo profondo di sotterrare le campagne maccartiste guardando in faccia “il nemico che abbiamo in casa”, rivoltando il paradigma che aveva scatenato la caccia alle streghe pur di creare il mostro per combattere l’Unione Sovietica.

I Kennedy, in effetti, cercarono di portare nuova linfa nell’anticomunismo che pure li animava: nell’azione di Bob vi è una idea che ci riguarda ancora oggi. In quella ricerca del ‘nemico che è dentro di noi’ parla alle nostre società che ci accartocciano nella ricerca di un responsabile, di un capro espiatorio a cui accollare tutti i problemi e i bisogni creati altrove e da attori nascosti, magari pure attivi a costruire il volto di un facile nemico. E’ una visione moderna che conferma il coraggio di un giovane uomo di una importante famiglia che tentò di dare all’America e al mondo un equilibrio nuovo – ma la Cia e il mitico Edgar Hoover in casa e fuori non gli resero il lavoro facile.

Non dimentichiamo che Bob si sarebbe presentato alla Casa bianca, subito dopo l’investitura di presidente nel 1968 – avrebbe senz’altro vinto le elezioni se non lo avessero fatto fuori – con una cartellina tutta particolare sotto il braccio: l’inchiesta che fece realizzare sull’assassinio del fratello. Una inchiesta pazzesca, ricostruita in un libro pazzesco: Il complotto. L’America brucia, a firma di un inesistente James Hepbur – il vero autore era disperatamente innamorato dell’attrice Audrey Hepburn a cui volle rivolgere un omaggio: James sta per J’aime, il cognome è quello della diva del cinema – un libro che contiene la mappa dell’inchiesta giudiziaria tentata poi dal procuratore di New Orleans Jim Garrison. In quel libro Robert Kennedy riesce a dare un nome e un cognome al comitato d’affari di mafiosi e petrolieri che aveva orchestrato l’assalto al convoglio di Dallas in quel novembre del 1963. La fine è nota: “Non riuscirà a essere eletto: lo faranno fuori prima”, dice Kevin Costner-Jim Garrison nel film di Oliver Stone.

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