La Gentilezza è entrata nelle scuole. Ufficialmente. In maniera istituzionalizzata, dopo il successo riscosso dalla quarta Giornata nazionale dei giochi della gentilezza, lo scorso settembre. I numeri inequivocabili. Circa 48.300 tra bambini e ragazzi e oltre 550 insegnanti. Con una distribuzione sul territorio nazionale più che soddisfacente.

Così l’Associazione Cor et Amor ha deciso di proporre l’istituzione di un assessore alla Gentilezza. E ha creato la Rete Nazionale degli Insegnanti per la Gentilezza, una piattaforma nella quale “ritrovarsi”, anche per condividere iniziative. Non solo. Ha lanciato il ruolo di insegnante per la Gentilezza. Come Fiorella Santarelli, insegnante della scuola primaria di Guardistallo, nel Pisano. Come Raffaelle De Maio, maestra della scuola elementare di Cimone, in provincia di Trento.

A definirne la figura provvede la spiegazione che si può leggere nel sito di Cor et Amor: “Può essere un insegnante di classe, un dirigente scolastico, un insegnante di sostegno, un insegnante di religione, un professore, un insegnante di asilo nido, un insegnante universitario che con coerenza opera nel contesto scolastico-educativo (dall’asilo nido sino alla scuola secondaria di secondo grado e Università) prendendosi cura del benessere e della crescita di bambini e ragazzi”.

L’idea di fondo è quella che “il canale principale per diffondere la gentilezza e creare una società collaborativa siano i bambini. I bambini circondati di gentilezza possono contribuire a diffonderla nella Società”. Niente di eclatante, naturalmente. La gentilezza brilla di luce propria. Sono sufficienti “piccole azioni come salutarsi, giocare insieme, guardarsi negli occhi e capirsi, perché il vivere insieme, l’appartenere a un gruppo, come il gruppo classe, è un valore grande che può arginare l’individualismo e aumentare l’altruismo e lo spirito di Comunità”.

Sarebbe davvero complicato trovare qualche ragione per non rallegrarsi di questa operazione, di questo elogio della gentilezza. Peraltro pensato per la scuola. Quindi, evviva l’Associazione che si è spesa per restituire centralità a questa qualità dimenticata. Evviva il tentativo di ri-dare spazio a una virtù che contribuiva a distinguere le persone. Ma il problema esiste, ed è indubitabile. La necessità di istituire una figura che a scuola si occupi di insegnare, in vario modo, la gentilezza certifica almeno due criticità.

Da un lato evidenzia come manchi in maniera abbastanza generalizzata questa qualità, in gran parte dei ragazzi, ma anche in buona parte degli adulti. Ricercare le cause di questa degenerazione del garbo in indelicatezza non è ovviamente semplice. Ma certo è che richiamare, anche in questo caso, il ruolo inadeguato della famiglia potrebbe aiutare. Anche se non esaurisce il problema né lo risolve.

Ma è più che palese che la gentilezza, che è una delle declinazioni dell’educazione, troppo spesso non viene coltivata quanto dovrebbe. La delicatezza, l’eleganza, la finezza, così come la raffinatezza, le buone maniere e la cortesia, solo raramente trovano spazio a casa. Nei rapporti tra genitori. Tra loro e i figli.

La conseguenza naturale è quella sotto gli occhi di molti. La degenerazione di quelle qualità in scortesia, sgarbo e impudenza. Che non hanno difficoltà a trasformarsi in impertinenza, sfrontatezza e quindi maleducazione. Più in generale, si è persa la consuetudine di chiedere scusa. Il “grazie” e il “prego” sono rari. Così come il salutare, magari sorridendo. Per non parlare del lasciare il passo a chi ci precede oppure ci segue quando si entra oppure si esce da un luogo. Il garbo, che è poi anche rispetto, è talmente occasionale da meravigliare quando si nota.

Assodata questa criticità, si prova a trovare delle soluzioni. Come? Provando a investire la scuola anche di questo compito. Cercando di trovare uno spazio a un insegnante che si occupi di illustrare cosa sia e quali benefici apporti la gentilezza.

D’altra parte è diventata una pratica sempre più comune, da almeno un decennio, riempire i tempi della Scuola con materie diverse. Attraverso progetti, soprattutto. Quello sull’educazione stradale, ad esempio. Oppure quello sul cyberbullismo. Ancora, quello sulla corretta alimentazione.

La lista è molto più lunga. In questo caso, però, a differenza di quel che avviene in quasi tutti gli altri casi, a occuparsi dell’insegnamento dovrebbe essere un “organico alla scuola”: “Un insegnante di classe, un dirigente scolastico, un insegnante di sostegno, un insegnante di religione, un professore, un insegnante di asilo nido, un insegnante universitario”. Insomma, nessun esterno.

Ed eccoci alla seconda criticità, che è nella scuola stessa. Possibile che sia necessario istituire una figura autonoma che si occupi di gentilezza? Non dovrebbe essere ogni docente, dal nido all’Università – con responsabilità differente ovviamente – a doverla insegnare?

Nella realtà dei fatti avendo rispetto dei discenti, innanzitutto. Ma anche dei colleghi, dei dirigenti e dei collaboratori. Insomma essere garbati non dovrebbe essere connaturato al ruolo che si ricopre? Viene il dubbio che non sia propriamente sempre così e che anche all’interno della scuola si siano persi di vista alcuni riferimenti. Per cui ogni comportamento sia lasciato al caso specifico. Le buone maniere derubricate a un inutile orpello. Un relitto di tempi passati.

La sensazione è che la crisi sia irreversibile e che coinvolga senza tanti distinguo anche la scuola. Costretta a fare i conti con l’ennesima emergenza, che non riguarda le conoscenze, ma i comportamenti interpersonali. Che non dimostra i livelli di apprendimento raggiunti, ma l'(in)capacità di relazionarsi, anche verbalmente, con educazione.

“Nonno, cos’è la gentilezza?”, chiede Mattia, il protagonista di Il mio superpotere è la gentilezza, il libro di narrativa di Giulia Ceccarani. “Come, non lo sai? La gentilezza è un superpotere!”, gli risponde il nonno. È proprio così. La gentilezza è un superpotere, che sfortunatamente in pochi posseggono.

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