Il 67% sostiene che è diminuita la capacità di “riconoscere l’autorità”. Il 59% quella di “concentrarsi”. Il 56% quella di “gestire la frustrazione”. Il 49% quella di “decodificare il contesto scolastico, le sue regole”. Percentuali, certo. Ma esemplificative. Desunte dalla ricerca Gfk Italia per Pearson “La professione docente nella scuola che cambia”, condotta su un campione di 300 docenti di scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado. Ricerca i cui dati sono riproposti da La Lettura del Corriere della sera. Il tentativo: quello di rilevare se le diverse capacità degli alunni sono peggiorate, sono rimaste invariate oppure sono migliorate, “in un confronto tra i ragazzi di oggi e quelli di 7-10 anni fa”. I risultati? Più che prevedibili.

Per i 300 rilevatori i ragazzi, nel complesso, sono peggiorati. Se non altro per quel che riguardo i comportamenti. Nei confronti degli insegnanti, ma anche di se stessi. Perché appaiono sempre meno capaci di regolamentarsi. Sempre più insofferenti al rispetto di codici di comportamento condivisi. Sempre più mentalmente estranei da quel che accade in classe. Quanto questo abbia delle conseguenze negative sui risultati è facilmente comprensibile.

Da sempre gli insegnanti predicano che un comportamento corretto e una buona attenzione costituiscono il miglior viatico al raggiungimento di risultati apprezzabili. Fin qui nessuna sorpresa dalla ricerca. Sono in molti, fuori e dentro la scuola, a sottolineare il cambiamento dei ragazzi. Tanto più evidente se il confronto viene istituito con anni più lontani. Un cambiamento che si trasforma addirittura in stravolgimento se il termine di paragone è con i ragazzi di 30 anni fa e anche di più.

Una dimostrazione evidente, al di là degli artifici televisivi mai come in questa circostanza trascurabili, è fornita da Il Collegio, il docu-reality in onda su Rai 2, che in questa serie propone a un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 17 anni un viaggio nella scuola del 1982. Insomma tutt’altro che un ritorno alla preistoria. Eppure per la maggior parte di quei ragazzi, scelti ad arte dalla produzione del programma – miscelando sapientamente “ribelli” e alunni modello – , quella scuola è un supplizio. Una gabbia insopportabile.

Oggi ancora più che nel 1982 gli alunni si sentono costretti. Limitati in spazi mentali e fisici dei quali non capiscono l’utilità. Ma anche i professori, come rileva la ricerca, notano un peggioramento rispetto al passato, anche recente. Al punto che il 76% del campione arriva a dichiarare che “rispetto a qualche anno fa fare l’insegnante oggi è più difficile”. Anche in questo caso nessuna sorpresa. L’esperienza diretta è insostituibile anche in questo caso, naturalmente. Ma è sufficiente avere qualche amico che insegna e farselo raccontare.

È conclamato che gli insegnanti sempre più spesso si sentano privi di strumenti per esercitare il loro ruolo. Siano impossibilitati a svolgere mansioni e attività. Che continuano a crescere, come indiziano gli obiettivi formativi individuati come prioritari dal comma 7 dell’articolo 1 della Legge 107 del 2015.

Sono molti gli insegnanti che si trovano nella condizione di sentirsi ormai inadeguati. A una scuola che ha introdotto il registro online per consentire ai genitori di controllare presenze, compiti e voti dei figli, ma che spesso non mette a disposizione di molti plessi un numero di collaboratori sufficiente a garantire se non altro la sicurezza di ragazzi e insegnanti. Inadeguati a una scuola che offre nel pomeriggio lezioni di teatro, giornalismo e molto altro, ma che costringe ad aule-pollaio.

Criticità che crescono, anno dopo anno. Anche perché il divario generazionale tra docenti e discenti si dilata. Fino a divenire quasi incolmabile: il corpo insegnante è sempre più anziano. Nonostante pensionamenti naturali. Nonostante chi usufruisce di “quota 100”. Nonostante il concorso straordinario che permetterà, a detta del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti, dall’anno scolastico 2019-20 l’immissione in ruolo 24mila docenti. A dispetto del concorso ordinario per altri 24mila docenti.

È più che probabile che molti ragazzi continueranno nel loro percorso di progressivo allontanamento dai codici di comportamento condiviso. Spesso supportati da famiglie e tutto quel che li circonda. In queste condizioni è verosimile che la maggior parte dell’attuale corpo insegnante, ma anche di quello che sembra prospettarsi per i prossimi anni, si troverà sempre più a disagio. Sentirà crescere le difficoltà a trovare la chiave per essere in sintonia con i ragazzi.

Bisogna che si decida cosa fare. Cambiare quasi tutti i professori? Oppure rieducare i ragazzi facendogli capire che quelle regole che non accettano perché non capiscono possono essere la salvezza? “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”, ha sostenuto Piero Calamandrei. Che probabilmente non avrebbe dubbio, nella scelta.

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