Novembre nella scuola è mese di intenso lavoro. Non solo in classe con le lezioni. I docenti curricolari, soprattutto i coordinatori di classe, sono impegnati nella stesura dei Piani didattici personalizzati, per quegli alunni che abbiano certificati bisogni educativi speciali. Contemporaneamente gli insegnanti di sostegno provvedono al Piano educativo individualizzato. Tutti strumenti legittimamente riconosciuti a chi ne abbia diritto, come da certificazione medica.

Chiunque oggi abbia una qualche dimestichezza con la scuola, in particolare con quella secondaria di primo grado, sa bene che in ogni classe non mancano mai alunni “con bisogni speciali”. Sono in numero variabile, ma ci sono. A questi si aggiungono poi gli altri. Peccato che nelle realtà dei fatti, anche diversi di loro mostrino fragilità, non solo didattiche, che ne rendono più difficoltoso il percorso formativo. Fragilità di vario tipo, ma che frequentemente hanno la loro causa in problemi familiari.

Accade così che le richieste dei docenti si facciano sempre più basse. “Non hai fatto i compiti neppure questa volta?”, chiede il professore di matematica a Paolo, alunno di una ipotetica seconda media. “I compiti a casa vanno svolti”, conclude l’insegnante, senza che l’alunno abbia neppure cercato di scusarsi. “Sofia, dov’è il tuo materiale per il disegno? Sono già tre volte che non lo porti”, chiede la professoressa di tecnica. Anche lei rimane senza risposta. D’altra parte, ormai anche scusarsi è troppo impegnativo.

Le richieste sono diminuite. Anzi sono state quasi annullate. Sia per quanto riguarda la didattica che il comportamento. Nelle verifiche, sia scritte che orali, troppo spesso ci si accontenta di risposte prive di qualsiasi articolazione. Infarcite di “tipo” e di “cioè”. Sintatticamente sbagliate e con un lessico elementare. In prima media molti temi assomigliano ai “pensierini” delle elementari e la capacità di riassumere un testo, anche breve, è estremamente ridotta.

In terza media, finalmente appreso come si piega un foglio protocollo e dove si scrivono nome, cognome, classe e data, qualcuno sa scrivere un tema. Anche la comprensione di un testo è migliorata, ma tutt’altro che eccelsa. Il comportamento? Un optional. In prima i ragazzi devono abituarsi alla nuova scuola, sostengono in molti. “Bisogna avere pazienza. Non si possono spaventare con troppe regole”, dice il collega al quale hai raccontato come la classe continui ad essere eccessivamente indisciplinata. Al punto da faticare a fare lezione.

“Fanno confusione, è vero. Ma stanno migliorando”, dice la professoressa, uscendo dalla classe dove l’ora è volata via, riuscendo a fare molto poco. “Dire ai genitori che i ragazzi sono spesso anche irrispettosi nei confronti di alcuni insegnanti? Meglio di no”, chiude la questione un’altra professoressa. Così quegli stessi ragazzi arriveranno in terza pensando che nel loro comportamento non ci sia nulla che vada cambiato. Che in classe si possa fare e dire quel che il pensiero suggerisce. In tutta libertà.

Il paradosso è che le regole dello stare insieme rispettandosi a vicenda sono al centro di progetti che arricchiscono il Piano formativo, di ogni istituto comprensivo. Ma restano inapplicate. Insomma se ne parla. Anzi se ne discute. Ma ad applicarle non ci si pensa proprio.

Il rischio non è solo di coltivare ragazzi disabituati alla riflessione e quindi ad avere un pensiero critico. Ma anche al rispetto delle più elementari regole dello stare insieme. Il rischio più grande è quello di allevarli alla fragilità. All’incapacità di affrontare le prove della scuola. Prodromiche a quelle della vita.

I docenti sono sempre più assorbiti da Bes, Pdp, progetti per la classe, in classe e fuori, relazione di attività fatte e da fare. Forse anche per questo molti di loro, anche tra quelli con più esperienza nella scuola, sembrano aver diminuito le pretese. Adeguandosi agli stravolgimenti di questi anni, senza cercare in alcun modo di contrastarli. Nella scuola attuale gli insegnanti arrancano. Sfiduciati e logorati. Forse anche per questo le pretese sono sempre più basse.

“Lo scopo della scuola è quello di trasformare gli specchi in finestre”, ha detto Sydney J. Harris, il giornalista americano che si è spesso occupato di diritti. Una trasformazione sempre più complicata da realizzare. Sono diversi anni che dalla scuola media in Italia escono troppi specchi e poche finestre. Ragazzi che non sanno guardare l’orizzonte perché intenti a specchiarsi.

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