“Presidente, Lei ha l’occasione per dimostrare al mondo che è un uomo di parola: consegni i cinque indagati alla giustizia italiana, permetta ai nostri procuratori di interrogarli, dimostri al mondo che la osserva che Lei non ha nulla da nascondere”. Un padre, Claudio Regeni, e delle parole scritte lo scorso maggio al presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e rilette domenica scorsa su Rai 2 durante Che tempo che fa. Parole che sono cadute nel vuoto. Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato dopo 9 giorni senza vita e con evidenti segni di tortura alla periferia della capitale egiziana. Nessun colpevole in quattro anni in cui “la più grande delusione – hanno detto a Repubblica Paola e Claudio Regeni – è stata la scelta del nostro governo, il 14 agosto del 2017, di far tornare l’ambasciatore al Cairo, con il risultato di interrompere quella che già era allora una faticosa e scarsa collaborazione. Dunque che questo governo richiami l’ambasciatore dal Cairo. E coinvolga l’Unione europea nel dichiarare l’Egitto un Paese non sicuro”. Quattro anni di un calvario, lunghissimo, che la famiglia del ricercatore ha deciso di raccontare in un libro appena edito con Feltrinelli, Giulio fa cose.

Il punto sulle indaginiA oggi la collaborazione con gli inquirenti egiziani è ferma: l’ultima rogatoria risale allo scorso maggio, quando gli investigatori italiani hanno acquisito testimonianza di un uomo che avrebbe ascoltato in Kenya un funzionario della Amn el-Dawla (l’agenzia di sicurezza nazionale che fa capo al Ministero dell’Interno) ammettere il pedinamento e il sequestro di Regeni perché sospettato di essere una spia. L’uomo è uno dei 5 iscritti nel registro degli indagati, 5 agenti dell’Ann el-Dawla individuati dalla procura di Roma che, in assenza di accordi di cooperazione giudiziaria in atto, non ha nessun ulteriore valido strumento di pressione. La scorsa settimana il nuovo procuratore generale della Repubblica d’Egitto Hamada al-Sawy ha battezzato una nuova squadra di investigatori locali sul caso, ma l’incontro che si è svolto tra il team e i membri dello Sco e dei Ros è stato l’ennesimo buco nell’acqua.

L’impunibilità delle forze dell’ordine in Egitto è cosa nota così come lo è la tortura nelle carceri e nelle stazioni di polizia. Già durante il regime di Hosni Mubarak, il dittatore deposto dalla rivoluzione di Piazza Tahrir nel 2011, diverse organizzazioni internazionali tra cui Human Rights Watch avevano definito “endemico” il ricorso alla tortura da parte delle forze di sicurezza egiziane. Un elemento che ricorre anche nel caso di Giulio Regeni.

I depistaggi effettuati all’inizio delle indagini, la fantomatica pista gay o quella della banda di rapitori di stranieri, sono stati ripercorsi anche nella recente audizione della commissione parlamentare italiana che in realtà ha svelato uno dei punti chiave della non collaborazione dell’Egitto nella ricerca dei colpevoli: il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo deciso, come hanno ricordato i genitori di Giulio, nell’agosto del 2017.

Appena sedici mesi prima, infatti, l’allora ambasciatore italiano Maurizio Massari era stato ritirato dopo l’ennesimo depistaggio da parte delle autorità egiziane. Tra l’aprile del 2016 e l’agosto del 2017, dal punto di vista delle indagini non è cambiato nulla ma la decisione venne giustificata con l’intento di monitorare da più vicino il lavoro degli inquirenti egiziani e la collaborazione con la Procura di Roma.

Gli affari tra Italia ed Egitto – In realtà i rapporti diplomatici si sono normalizzati. È sufficiente pensare a quello che è accaduto il 31 gennaio del 2018 con l’inaugurazione del giacimento gasiero di Zohr scoperto due anni e e mezzo prima dall’Eni, la compagnia petrolifera di bandiera italiana. Quel giorno l’amministratore delegato della compagnia Claudio Descalzi presenziò alla cerimonia mentre la stampa egiziana celebrava in pompa magna i rapporti tra Italia ed Egitto. E la questione del gas e del petrolio – che rappresentano una parte consistente dei circa 5 miliardi di interscambio commerciale tra Roma e il Cairo – rimane centrale, con nuovi giacimenti scoperti e avvi di produzione a tempo record.

Le indagini sulla morte di Giulio Regeni, al contrario, sono passate in secondo piano lasciando degli enormi punti in sospeso su alcuni aspetti essenziali delle indagini. A partire dal luogo in cui Giulio sarebbe stato prelevato. Così come non c’è il movente e non c’è contezza del perché nei primi giorni successivi alla scomparsa il Ministro degli Interni egiziano abbia prima rifiutato qualsiasi incontro con la nostra ambasciata e in seguito sempre negato che Giulio fosse nelle mani della polizia.

Ciò che è certo è che la verità va cercata nelle stanze del potere del Cairo, e che le piste di Cambridge, l’università per cui Regeni svolgeva il dottorato, o quelle degli amici di Giulio sono solo fumo negli occhi. Il vero elefante nella stanza resta l’atteggiamento delle istituzioni italiane. Solo un’autentica pressione a livello diplomatico avrebbe potuto farci avvicinare alla verità ma negli ultimi 4 anni la diplomazia ha privilegiato la realpolitik a discapito dei diritti umani che, come documentano numerose organizzazioni internazionali, sono tuttora sistematicamente violati dal presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi.

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