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Il Perù apre un’indagine su un soldato israeliano per crimini a Gaza: perché è una decisione storica

Il caso riguarda un membro del 424º battaglione “Shaked” della Brigata Givati dell’Idf. Gli ostacoli restano enormi ma per una volta si è fatto ricorso alla giurisdizione universale
Il Perù apre un’indagine su un soldato israeliano per crimini a Gaza: perché è una decisione storica
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Mentre il sistema internazionale appare sempre più paralizzato dai veti incrociati, dalla progressiva militarizzazione della politica globale e dal deterioramento accelerato del multilateralismo costruito dopo la Seconda guerra mondiale, una decisione presa quasi in silenzio da una procura latinoamericana rischia di aprire una frattura giuridica e politica ben più profonda di quanto possa sembrare a prima vista. Per la prima volta nella sua storia, infatti, il Perù ha aperto un’indagine preliminare basata sul principio di giurisdizione universale contro un cittadino israeliano accusato di presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza.

Il caso riguarda un membro del 424º battaglione “Shaked” della Brigata Givati dell’esercito israeliano, accusato di aver partecipato a operazioni militari contro infrastrutture civili e quartieri densamente popolati nella Striscia tra il 2023 e il 2024. Secondo la denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation insieme all’avvocato peruviano Julio Arbizu, il sospettato avrebbe preso parte ad azioni che avrebbero causato devastazioni sistematiche in aree come Jabalia e Al-Rimal, colpendo infrastrutture non militari, edifici residenziali e zone civili palestinesi. Ma il punto realmente storico della vicenda non riguarda soltanto il contenuto delle accuse, bensì il fatto che la magistratura peruviana abbia riconosciuto la propria competenza a investigare fatti avvenuti fuori dal territorio nazionale, commessi da uno straniero contro vittime straniere, sostenendo che la sola presenza dell’indagato sul territorio peruviano fosse sufficiente per attivare meccanismi di giurisdizione universale in materia di crimini internazionali gravi.

È qui che emerge tutta la portata politica e storica della decisione. Il principio di giurisdizione universale rappresenta infatti una delle eccezioni più radicali al modello classico dello Stato moderno nato con il sistema westfaliano, secondo cui ogni Stato esercita la propria giurisdizione esclusivamente entro i confini del proprio territorio o sui propri cittadini. La logica della giurisdizione universale è completamente diversa: alcuni crimini — genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, tortura, sparizioni forzate — sono considerati così gravi da colpire l’umanità intera e, di conseguenza, nessuna frontiera nazionale può trasformarsi in uno spazio di protezione per gli autori di tali atti.

L’origine moderna di questo principio affonda le sue radici nei processi di Norimberga e nella lenta costruzione dell’architettura giuridica internazionale successiva all’Olocausto. Per la prima volta nella storia contemporanea, i dirigenti di uno Stato venivano giudicati non semplicemente per aver perso una guerra, ma per aver commesso crimini contro l’umanità. Successivamente, nel 1961, il processo contro Adolf Eichmann segnò probabilmente il primo grande utilizzo moderno del principio di giurisdizione universale. Israele sostenne allora che uno dei principali responsabili logistici della Shoah potesse essere giudicato indipendentemente dal luogo dei crimini o dalla cittadinanza delle vittime, perché quei crimini rappresentavano un attacco contro la coscienza stessa dell’umanità. Da quel momento, l’idea che esistano delitti talmente gravi da superare la sovranità nazionale iniziò lentamente a consolidarsi nel diritto internazionale contemporaneo.

Per decenni, tuttavia, la giurisdizione universale è rimasta uno strumento limitato, politicamente scomodo e utilizzato con estrema cautela. Fu soprattutto negli anni Novanta che tornò al centro della scena globale, in particolare con il caso Pinochet, quando il giudice spagnolo Baltasar Garzón chiese l’arresto dell’ex dittatore cileno nel Regno Unito per violazioni massive dei diritti umani commesse durante la dittatura. Quel caso cambiò radicalmente la percezione internazionale della giurisdizione universale, dimostrando che persino un ex capo di Stato poteva essere arrestato fuori dal proprio Paese per crimini internazionali. Da allora, Paesi come Spagna, Belgio, Germania e più recentemente Argentina hanno sviluppato strumenti relativamente avanzati in materia di giustizia universale, anche se quasi sempre sottoposti a fortissime pressioni diplomatiche e geopolitiche.

Ed è proprio qui che il caso peruviano assume una dimensione ancora più interessante. Perché questa volta non si tratta di un tribunale europeo, ma di una magistratura latinoamericana che decide di attivare un principio storicamente monopolizzato dal Nord globale. La decisione della procura peruviana arriva inoltre in un momento storico estremamente delicato, nel quale il diritto internazionale sembra attraversare una delle sue crisi più profonde dalla fine della Guerra fredda. Non è casuale, inoltre, che questo tipo di procedimenti stiano emergendo parallelamente alla crescita di nuove forme di litigio strategico transnazionale. Organizzazioni come la Hind Rajab Foundation utilizzano oggi fotografie geolocalizzate, open source intelligence, social network, registri militari e materiale digitale pubblicato online per costruire archivi forensi globali capaci di documentare violazioni del diritto internazionale quasi in tempo reale. La guerra contemporanea lascia tracce digitali permanenti e, sempre più spesso, internet si sta trasformando in uno spazio di produzione probatoria e memoria giudiziaria.

Naturalmente, gli ostacoli restano enormi. Aprire un’indagine preliminare non significa arrivare a un processo né tantomeno a una condanna. Le pressioni diplomatiche saranno fortissime, la cooperazione internazionale limitata, le prove difficili da consolidare e l’indagato potrebbe lasciare il Paese prima che il procedimento avanzi concretamente. Eppure il valore politico e storico del precedente esiste già. Perché ciò che emerge da questa vicenda non è soltanto un procedimento contro un singolo soldato israeliano, ma il tentativo — ancora fragile, ancora incompleto — di impedire che la forza sostituisca definitivamente il diritto nel sistema internazionale contemporaneo.

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