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Gli Emirati chiedono e ottengono dagli Usa una linea di swap valutario: una decisione puramente geostrategica

Uno swap valutario implica un accordo privato tra due parti che si scambiano flussi di pagamenti a date certe, secondo una formulazione predefinita (e a volte molto complicata da comprendere)
Gli Emirati chiedono e ottengono dagli Usa una linea di swap valutario: una decisione puramente geostrategica
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di Giacomo Gabellini

Verso la metà di aprile, il governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti Khaled Mohamed Balama ha richiesto agli Stati Uniti l’apertura di una linea di swap valutario, apparentemente dettata dall’esigenza mitigare l’impatto del conflitto contro l’Iran, i cui aspetti fondamentali sono stati puntualmente sottolineati da Standard & Poor’s.

La nota agenzia di rating sostiene che sebbene la “sostanziale flessibilità fiscale, economica, esterna e politica” degli Emirati Arabi Uniti, garantita da riserve valutarie pari a 270 miliardi di dollari e detenzioni di Treasury Bond per un controvalore di circa 120 miliardi, “agirà da efficace cuscinetto” contro gli effetti economici della guerra, “il potenziale di prolungata interruzione” delle esportazioni di petrolio e i danni alle infrastrutture “aggiungono un rischio evidente”.

Il senso profondo della richiesta di Abu Dhabi è andato palesandosi per effetto delle rivelazioni del Wall Street Journal, secondo cui le autorità emiratine avrebbero fatto presente alle controparti statunitensi che, in caso di mancato accoglimento delle loro sollecitazioni, avrebbero ripiegato su valute alternative al dollaro, a partire dallo yuan-renminbi.

Il quotidiano finanziario statunitense ha parlato apertamente di “minaccia implicita per il dollaro, che regna sovrano tra le valute globali grazie soprattutto al suo utilizzo quasi esclusivo nelle transazioni petrolifere”.

L’intento di Abu Dhabi consisteva, come ammesso dal ministro del Commercio Estero Thani al-Zeyoudi, nel forzare gli Stati Uniti a riconoscere alla Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti uno status privilegiato, paritario a quello di cui godono le sei autorità monetarie (di Unione Europea, Gran Bretagna, Svizzera, Canada, Messico e Giappone) legate alla Federal Reserve da accordi di swap valutario permanenti.

Nell’arco di poche ore, il segretario al Tesoro Bessent ha appoggiato pubblicamente la proposta emiratina, precisando che richieste analoghe erano state avanzate da svariati Paesi “del Golfo Persico e dell’Asia” parimenti colpiti dalle implicazioni della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. E specificando che l’apertura di una linea di swap a beneficio degli Emirati Arabi Uniti risulta necessaria a “preservare l’ordine nei mercati di finanziamento del dollaro e impedire la vendita disordinata di asset statunitensi”, incentivata de facto dalle implicazioni prodotte su scala planetaria dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.

Con rendimenti sui titoli di Stato a scadenza decennale, ventennale e trentennale compresi tra il 4,3 e il 4,9%, una spesa per il pagamento degli interessi sul debito che nei primi sei mesi dell’anno fiscale 2026 ha assorbito 529 miliardi di dollari (88 miliardi al mese, 22 a settimana) e una bolla azionaria di dimensioni ciclopiche, uno scaricamento massiccio e generalizzato di azioni e/o obbligazioni statunitensi delinea scenari da incubo per le autorità di Washington.

Di qui le posizioni concilianti assunte da Bessent, che potrebbero concretamente condurre all’integrazione della Banca Centrale emiratina nel “circolo elitario” degli istituti a cui la Federal Reserve accorda swap illimitati.

Secondo alcuni osservatori, i progressi su questo fronte dipenderanno dalla nomina alla presidenza della Federal Reserve di Kevin Warsh, l’economista indicato da Trump perché reputato maggiormente incline di Jerome Powell a coordinarsi con l’esecutivo. Nel qual caso, l’apertura di linee di swap a beneficio degli Emirati e, potenzialmente, di una ben più ampia platea di Paesi, verrebbe a configurarsi come una decisione squisitamente geostrategica. Vincolata, cioè, all’allineamento dei beneficiari agli indirizzi di Washington.

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