Gran Bretagna, Blair striglia il labour e Starmer per la deriva a sinistra: “Tornare al centro”. Il partito: “Ignora le disuguaglianze”
Tony Blair è tornato all’attacco, e stavolta colpisce il suo stesso partito. Con un saggio di oltre 5.700 parole pubblicato dal Tony Blair Institute for Global Change (TBi), l’ex premier ha sferrato una delle critiche più pesanti mai rivolte a un governo laburista in carica. L’accusa centrale è netta e senza sconti: il Labour di Keir Starmer “sta giocando con il fuoco” perché “non ha un piano coerente per il Paese” e si trova nella posizione politica sbagliata per elaborarne uno e vincere un secondo mandato.
Blair attacca frontalmente diverse scelte dell’esecutivo: le nuove tutele per i lavoratori giudicate troppo rigide e anti-crescita, l’insistenza sull’obiettivo ambientalista del net zero che impone costi eccessivi alle imprese, gli aumenti salariali sopra l’inflazione e una politica fiscale poco amichevole verso il mondo degli affari. L’ex premier invita il partito a ritornare al “radical centre”, a rivedere i target climatici, ad aprire di più al business, a gestire l’immigrazione con pragmatismo e a riconsiderare i rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump in chiave strategica. Secondo Blair, solo un profondo aggiornamento della visione centrista può permettere al Labour di affrontare le sfide dell’AI, della geopolitica globale e della crescita economica.
L’intervento di Blair ha però sollevato polemiche non solo sul merito, visto che appare suggerire una piattaforma non lontana da quella dei conservatori, ma anche sulla credibilità. Il Tony Blair Institute riceve da anni ingenti finanziamenti da Larry Ellison, fondatore di Oracle: secondo inchieste giornalistiche Ellison ha donato o promesso oltre 257 milioni di sterline al Tony Blair Intitute. Questo legame crea per molti un evidente conflitto di interessi. Keir Starmer ha scelto una risposta insolita e approfondita: un lungo post di quasi 3.000 parole sul suo Substack personale, intitolato “Tony Blair might not like my plan, but he’s wrong: it’s changing Britain for the better”. Traduzione: Tony Blair potrebbe non piacere il mio piano, ma si sbaglia: sta cambiando la Gran Bretagna in meglio. Nel testo Starmer riconosce il rispetto per Blair ma respinge gran parte delle critiche. “La situazione economica che abbiamo ereditato era la peggiore dal 1979”, scrive il premier, difendendo le scelte del governo come necessarie di fronte a una realtà molto più complessa rispetto al 1997.
Starmer sottolinea di aver dovuto affrontare una “tempesta perfetta” di crisi ereditate: inflazione record, servizi pubblici decimati dopo 14 anni di governi conservatori e un panorama geopolitico radicalmente mutato. Il premier difende con forza il proprio approccio pragmatico, evidenziando i primi risultati concreti: liste d’attesa al servizio sanitario nazionale in calo, investimenti record nella transizione verde senza dogmatismi, e una strategia industriale che punta a posizionare la Gran Bretagna come leader europeo nell’intelligenza artificiale. “Non stiamo inseguendo utopie ideologiche” scrive Starmer” stiamo ricostruendo le fondamenta del Paese con serietà e determinazione”. Conclude ribadendo che il vero realismo oggi non è il centrismo degli anni ’90, ma la capacità di governare le disuguaglianze e le trasformazioni tecnologiche senza lasciare indietro nessuno.
Le reazioni più taglienti sono arrivate da due figure chiave del partito. Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, candidato nel by-election di Makerfield del 18 giugno e indicato come successore di Starmer, ha accusato Blair di un “colpo di debolezza clamoroso”: non aver citato nemmeno una volta l’ineguaglianza. “Se non capisci come l’ineguaglianza stia guidando la politica oggi – ha detto – se non radichi la tua analisi nel fatto che la gente non riesce più a vivere e che cose date per scontate non sono più accessibili, allora non stai capendo cosa sta succedendo”. Simile il giudizio di Wes Streeting, ex ministro della Salute che si è appena dimesso per I contrasti con la linea di Starmer dopo la disfatta laburista alle elezioni del 7 maggio. In un articolo sul Guardian, Streeting ha definito “periferica” la trattazione dell’ineguaglianza nell’essay di Blair: “La frattura economica, sociale e democratica che attraversa la Gran Bretagna moderna è fondamentale, non secondaria”.
L’intervento di Blair arriva in un momento estremamente delicato per il Labour: meno di due anni dopo la vittoria storica del 2024, il governo deve fare i conti con sondaggi deludenti, tensioni interne e forte pressione dell’opinione pubblica su economia, sanità e immigrazione. Il by-election di Makerfield, dove Burnham è in testa ma tallonato da Reform UK, è diventato il vero termometro del partito. Blair avverte anche contro un cambio di leadership affrettato, sostenendo che sostituire il premier senza un progetto chiaro sarebbe inutile.
Il Labour si trova di fronte al solito dilemma: restare fedele alla base tradizionale o riconquistare il centro che Blair ha dominato per un decennio? L’ex premier scommette su un “radical centre” aggiornato all’era dell’AI. Starmer, Burnham e Streeting rispondono che il centro di oggi deve passare necessariamente attraverso la lotta alle disuguaglianze. La bufera scatenata da Blair ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate. Nelle prossime settimane si capirà se questo intervento, condizionato o meno dai legami e dagli Affari internazionali dell’ex premier, funzionerà un richiamo alla realtà o soltanto l’ennesimo capitolo di una guerra intestina che ha già indebolito il partito al governo.