Il Muro Rosso si è sgretolato sotto i colpi della campagna pro-Brexit dei Tory di Boris Johnson. Sono tante le storiche roccaforti Labour tra le Midlands e l’Inghilterra del Nord cadute in mano ai blu nel voto del 12 dicembre. Dopo il miracolo del 2017, con il leader della sinistra che era riuscito a conquistare il 30%, contro il 36% di Theresa May, si sono trasformate da rosse in blu, tra le altre, Sedgefield, l’ex collegio di Tony Blair, West Bromwich East, che era dell’ex vice capo laburista Tom Watson, e molti altri hanno cambiato casacca nel Lincolnshire, intorno a Manchester, come la storicamente rossa Burnley, e nelle aree interne del Northumberland e di Durham.

Terre di proletariato e minatori che hanno sempre preferito la sinistra ai conservatori, ma che pochi giorni fa hanno deciso di passare dall’altra parte della barricata. E se il programma radicale presentato da Jeremy Corbyn, seppur nettamente a favore delle classi meno abbienti, era considerato difficilmente realizzabile, a fare la differenza è stato il diverso approccio dei due principali contendenti sul tema Brexit.

Sì perché, oltre a essere roccaforti Labour, le circoscrizioni lungo il Red Wall sono anche quelle dove l’uscita del Regno dall’Unione europea ha trovato sostenitori tra i più agguerriti. Si tratta delle famose “periferie” che chiedevano di tornare allo Splendido Isolamento britannico. Nel 2017, quando ad appellarsi al sostegno della popolazione fu l’ex leder conservatrice, era passato appena un anno dal referendum del 2016 e la posizione di Jeremy Corbyn era in linea con il volere popolare. Tanto che il voto regalò al leader laburista una sconfitta onorevole, con ben 262 seggi conquistati contro i 316 della May e 30 scranni in più rispetto alle elezioni del 2015, quando a guidare i rossi c’era Ed Miliband, poi battuto da David Cameron.

Poi c’è stata la dura opposizione Labour sugli accordi raggiunti tra Londra e i negoziatori di Bruxelles che hanno portato Corbyn a chiedere prima a febbraio e poi, con più decisione, a giugno un nuovo referendum in cui, diceva, il suo partito si sarebbe schierato dalla parte del Remain, chiedendo in caso di vittoria lo stop all’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola l’uscita di un Paese membro dall’Ue.

Un errore grave, gravissimo, fatale. Lo testimonia innanzitutto il risultato delle ultime elezioni, con il tracollo dei Labour che hanno perso ben 60 seggi in due anni. Un passo falso di cui si era probabilmente accorto lo stesso Corbyn, che dovrebbe conoscere bene il modo di pensare dei cittadini britannici, sempre ostili al mancato rispetto del volere popolare da parte dei politici, soprattutto quando si tratta di temi di primaria importanza come la Brexit. Tanto che qualche mese dopo, a novembre, aveva ritrattato dichiarando la neutralità del partito in caso di nuova consultazione popolare. Forse il capo della sinistra aveva visto nel milione di persone scese in piazza a marzo per chiedere un nuovo referendum un bacino elettorale da tirare dalla sua parte. Ma ha ignorato quella (grande) maggioranza silenziosa, e generalmente di età più avanzata secondo i rilevamenti di Lord Ashcroft, che, invece, continuava a sperare nel buon esito delle trattative con Bruxelles.

Il passo indietro non ha portato i frutti sperati, come testimoniano i numerosi vox populi realizzati dai media britannici per le strade delle città una volta rosse. Non era tanto il programma radicalmente socialista a preoccupare, da quelle parti erano abituati a sostenere politiche del genere in passato, ma l’ambiguità del leader laburista: “Non ascoltano ciò che vogliamo – ha spiegato una delle persone intervistate dal Guardian – Noi vogliamo la Brexit”.

Twitter: @GianniRosini

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