Si intitola It’s time for a real change, è tempo per un vero cambiamento fatto di tasse sui produttori di petrolio e “super ricchi”, ambiziosi programmi dei edilizia popolare e strategie per la transizione del Regno Uniti verso l’economia green. E’ “un manifesto pieno di politiche popolari che l’establishment ha bloccato per un’intera generazione”. Jeremy Corbyn si presenta così alle elezioni legislative contro Boris Johnson, con un programma che punta a ridurre le disuguaglianze sociali e che i commentatori d’oltremanica hanno definito il “più radicale” da decenni.

Come avvenuto due anni fa, Corbyn promette che non ci saranno aumenti delle tasse per il 95% dei contribuenti ma solo per coloro che guadagnano oltre 80mila sterline l’anno: nella fattispecie si parla di portare al 50% la tassazione per i “super ricchi” che riportano nella dichiarazione dei redditi guadagni oltre i 125mila pound. Il Labour prevede, poi, di istituire una tassa una tantum che graverà per 11 miliardi sulle compagnie petrolifere e del gas e che servirà a creare un “fondo di transizione” per aiutare il Paese a fare un passo deciso verso un’economia verde senza causare la perdita di occupazione ma, anzi, creando un milione di posti di lavoro nell’industria green.

L’imposta verrebbe calcolata in base al contributo che ciascuna impresa ha dato in passato alla risoluzione della crisi climatica e potrebbe essere pagata per un numero di anni ancora da determinare. L’obiettivo quello di totalizzare 10 volte gli 1,1 miliardi che il Tesoro prevede di raccogliere dal settore estrattivo quest’anno. Un aumento complessivo dell’imposizione fiscale che vale 82 miliardi l’anno, che include anche un’imposta da 9 miliardi sulle transizioni finanziarie.

Sul fronte opposto, un governo laburista sarebbe pronto ad accordare un aumento del 5% dello stipendio ai lavoratori del settore pubblico, allo scopo di colmare la perdita causata dal tetto agli stipendi in vigore da alcuni anni. Il manifesto prevede anche un piano edilizio da 150mila nuove case popolari (il maggiore dagli anni ’70) da costruire entro la fine della legislatura, la banda larga gratuita per tutti, che verrebbe pagata tassando le multinazionali della tecnologia e con la nazionalizzazione parziale di British Telecom.

“Porteremo il salario reale ad almeno dieci sterline l’ora per tutti i lavoratori”, si legge poi nel manifesto nel quale Corbyn promette di eliminare i contratti a zero ore “rinforzando i diritti sindacali”. I laburisti sognano poi un National education service che includerà 6 anni di formazione gratuita per adulti “dandovi – dice Corbyn – l’opportunità di aggiornarvi durante tutta la vostra vita” e mille nuovi centri Sure Start, il programma di scolarizzazione per i bambini al di sotto dei 5 anni appartenenti alle classi più svantaggiate, “scuole ben finanziate con classi meno numerose” e “università gratuite e senza tasse” .

Sul fronte Brexit, Corbyn ha formalizzato l’impegno ad assicurare un secondo referendum entro sei mesi dal voto. I laburisti puntano a negoziare nel giro di tre mesi con Bruxelles un nuovo accordo di divorzio molto più soft rispetto a quello di Boris Johnson, che garantisca “una permanente unione doganale” con l’Ue e “un allineamento ravvicinato al mercato unico“. E quindi, entro altri tre mesi, promettono di convocare la seconda consultazione ponendo come alternativa a questo accordo l’opzione di restare nell’Unione (Remain). Il risultato di questo secondo referendum sarà “legalmente vincolante” e il partito “attuerà immediatamente la decisione che il popolo britannico” prenderà. Ma il leader ha già detto che resterà neutrale, attirandosi gli strali di chi lo accusa di atteggiamento ambiguo sulla questione.

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