Jeremy Corbyn ha detto una parola (un po’ più) chiara sulla Brexit: preso atto che l’atteggiamento ondivago tenuto sul tema negli ultimi anni è stato una delle cause del crollo alle europee del 26 maggio, il leader del Labour schiera ufficialmente il partito a favore d’un secondo referendum e si impegna a sostenere l’opzione Remain se il prossimo governo conservatore si arrenderà all’idea di un nuovo voto popolare, contro qualunque ipotesi di divorzio no deal come pure contro qualunque “dannoso” accordo di uscita dall’Ue di marca Tory.

La decisione, rinviata nelle settimane scorse, è stata ratificata oggi dal governo ombra e annunciata in una lettera aperta. Finora il leader laburista non si era mai spinto a dichiarare apertamente che avrebbe fatto campagna per rimanere nell’Ue in caso di un secondo referendum, tuttavia la sua presa di posizione non chiarisce pienamente la posizione laburista.

Nella lettera aperta inviata da Corbyn agli iscritti del Partito Laburista, il leader rompe gli indugi superando buona parte delle esitazioni che il fronte anti Brexit (maggioritario, ma non unanime nelle file della sua formazione) gli aveva finora contestato. E sollecita chi fra Boris Johnson e Jeremy Hunt sia destinato a subentrare a Theresa May come prossimo primo ministro del Regno ad accettare un nuovo voto popolare sulla separazione da Bruxelles.

“Chiunque diventi primo ministro, deve avere la fiducia di tornare dal popolo e sottoporre a un voto pubblico il suo accordo o un no deal”, scrive Corbyn. “In questo caso – aggiunge – voglio rendere chiaro che il Labour farà campagna per il Remain contro qualunque accordo Tory che non protegga l’economia e i posti di lavoro“. L’unica riserva, come concordato ieri in una riunione fra i vertici laburisti e i sindacati che lo sostengono, resta legata alla possibilità che il prossimo governo Tory cada, passi la mano a un esecutivo laburista e che sia questo a negoziare una Brexit soft. Ma comunque si tratta solo di un’ipotesi al momento teorica, e che non cancella la svolta.

Svolta approvata – sia pur con qualche riserva – dall’ala più europeista del partito e dalla fronda animata dal vice leader Tom Watson, ma sollecitata ormai da mesi anche da diversi esponenti della sinistra interna fedelissimi di Corbyn. E che tuttavia non cancella l’opposizione di oltre 20 deputati eletti in collegi pro Brexit e di uno zoccolo duro pro Leave della base laburista quantificato in circa un quarto del suo elettorato. Mentre viene denunciata da molti in casa Tory come un tradimento dell’impegno formalizzato dal Labour nel manifesto elettorale del 2017 a rispettare il risultato favorevole alla Brexit del referendum del 2016.

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