“‘Sto bastardo di merda ha voluto rovinarci. ‘Sto bastardazzo di merda”. La notizia del pentimento del figlio non era stata presa per niente bene dal padre, uno dei capi della ‘ndrangheta a Volpiano, paesone in provincia di Torino. “Io la notte non sto dormendo. Penso a tutte le cose. Non ci poteva fare una cosa di queste. Questo è odio cieco”. E con quelle parole Saverio Agresta, originario di Platì (Reggio Calabria), si sfoga con la figlia, Mimma. È il 2 novembre 2016 e commenta quella circostanza sconvolgente: il 7 ottobre il figlio Domenico, 31 anni, soprannominato Micu McDonald, aveva cominciato a collaborare con la giustizia mentre era detenuto nel carcere di Saluzzo (Cuneo). Agli inquirenti ha fornito molte informazioni apprese direttamente dal padre e molte delle sue dichiarazioni hanno fornito materiale per l’inchiesta “Cerbero” che ha portato in carcere 57 persone, mentre quattro sono ai domiciliari. Molti sono legati alle locali di ‘ndrangheta di Volpiano e San Giusto Canavese. “Le reazioni dei familiari alla notizia del ‘pentimento’ di Agresta Domenico sono particolarmente significative – annota il gip Luca Fidelio nell’ordinanza di custodia cautelare -, in quanta riflettono il pregresso inserimento nel crimine organizzato mafioso e la preoccupazione per le informazioni che il collaboratore avrebbe potuto rivelare agli inquirenti”.

Nonostante la giovane età Micu McDonald si trova in carcere da parecchi anni. È stato condannato all’ergastolo per un omicidio compiuto a Borgiallo nel 2008, pochi mesi dopo la sua affiliazione. In cella scala ancora i gradi e diventa “padrino”. Nel 2011 è stato arrestato per l’operazione “Minotauro”, quella che ha rivelato le pesanti infiltrazioni della ‘ndrangheta a Torino e patteggia una pena per associazione mafiosa. Dopo alcuni anni ha cominciato il suo percorso in controtendenza rispetto a quello della sua famiglia: i suoi avi erano figure di spicco della ‘ndrangheta. E lo sfogo del padre è molto eloquente: “Perché la galera non lo sapeva com’è, ‘sto bastardazzo, prima di andare a rovinarsi, ah?”. E poi ancora: “La galera non gli piace, hai capito? Prima combina i casini e poi la galera non gli piace … ‘sto bastardo”. Più tardi riprende il discorso: “La galera purtroppo non è rose e fiori. Doveva saperlo prima di rovinarsi che non è rose e fiori. Prima si ubriaca e poi fa casino. Lui è andato a fare il casino che gli sembrava che potesse fare quello che vuole. La galera gli pareva che fosse una passeggiata”.

Il boss spera di far cambiare idea al figlio pentito. Altrimenti ha una soluzione: “Là a me mi conoscono tutti e basta che vado, poi mando ambasciate”. Tra i conoscenti ci sarebbero alcuni parenti: “Se entra qualcuno che conosco, gli dico: ‘Vedi dov’è’. E basta. Poi una volta che sappiamo dov’è, uno va in procura e gli dice: ‘Che cavolo state combinando?’. Però loro ti negano, ti dicono che non è vero”. Ci sarebbe anche un problema legato all’avvocato. Il legale della famiglia sarebbe stato respinto perché il giovane pentito ne avrebbe nominato uno nuovo e non si sa chi sia, quindi la famiglia non può avvicinarlo. La speranza è che gli inquirenti non credano al figlio e non lo facciano entrare nel programma di protezione: “Lo tengono in questa maniera per quindici giorni per vedere se ha detto qualche cosa che corrisponde a verità. Se non corrisponde a verità, vanno lì e gli dicono ‘Senti, prenditi le bagattelle e vattene da dove sei venuto’. E lo buttano come hanno buttato lo zio Rocco”. Ovvero Rocco Marando, un altro pentito dell’omonima cosca, anche questa molto potente, legata agli Agresta. A quel punto lì, il padre riabbraccerebbe il figliol prodigo: “Non è che uno lo abbandona. Un momento di sconforto può capitare, no?”. Lo sconforto lo prova anche il padre, che dice di non dormire più la notte dal pensiero del figlio pentito: “Questo è odio cieco, Mimma, odio cieco! Ma quale odio che hanno i genitori tuoi?”. E ancora: “Chi sei tu che ti permetti il lusso di fare questo a noi. Pare che ti abbiamo mandata noi in galera. Se ti avessimo mandata noi in galera avevi ragione. Ma tu sei andato a rovinarti”. E così, alcune settimane dopo, l’atteggiamento cambia. Il 15 dicembre Saverio Agresta viene convocato dai carabinieri e parla con la moglie, Anna Marando, e giunge a una conclusione: “Se lui si è dissociato da noi, dalla mia famiglia e dalla tua, ma io lo ammazzo”.

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