Da una parte più di un milione di persone per le strade di oltre 180 città italiane, per chiedere con decisione azioni urgenti per contrastare l’emergenza climatica in corso. Dall’altra decine di (un po’ ipocrite) dichiarazioni di supporto, provenienti dal mondo politico ed economico nostrano. Ovvero da quegli stessi attori che avrebbero il potere di indirizzare il nostro Paese verso una fase nuova, ma che troppo spesso si limitano a giri di parole, a vuote esternazioni non seguite da fatti concreti.

Questo nonostante non sia più tempo di tergiversare, come ci ricorda quanto sta accadendo sul Monte Bianco al ghiacciaio Planpincieux. Un potenziale disastro climatico che sovrasta le chiacchiere politiche e i giri di parole delle grandi aziende che “difendono” il clima continuando a bruciare petrolio e gas e che mette tutti noi di fronte a una drammatica realtà: l’emergenza climatica è in Italia, oggi.

Una realtà che – secondo la classe politica che governa e ha governato fino a ora – va affrontata con equilibrio, non sacrificando lo sviluppo e cercando di salvaguardare tutti gli interessi in campo. Riassumendo: secondo chi ci governa, l’emergenza climatica va affrontata a parole, ma non con i fatti, altrimenti rischiamo di far innervosire aziende che da anni fanno profitti inquinando la nostra aria, la nostra terra, i nostri mari, il nostro pianeta. Gli allarmi sul cambiamento climatico sono vecchi di decenni, ma ben poco si è voluto fare.

Ora basta, è tempo di provvedimenti concreti. Il governo la smetta di fare annunci e inizi da subito a mettere in pratica queste quattro misure urgenti:

1. Comunicare il piano di chiusura di ogni centrale a carbone, considerando che tutto il settore chiuderà finalmente i battenti entro il 2025. Occorre chiarire quando ogni centrale terminerà di operare e cosa sarà dell’impianto che si andrà a chiudere: se l’idea è sostituire le centrali a carbone con impianti a gas, significa che ci si sta ostinando a commettere gli stessi gravi errori del passato. Basta fossili!

2. Azzerare i sussidi alle fonti fossili. Nel decreto clima che si discuterà la prossima settimana dovrebbe esserci la proposta di diminuire i soldi pubblici che finiscono a fonti “sporche” di energia del 10% ogni anno e per i prossimi quattro anni, per poi azzerarli entro il 2040. Questo, nella migliore delle ipotesi, significherebbe che per almeno altri 20 anni verrebbero finanziati i cambiamenti climatici con i soldi pubblici.

È qualcosa che non possiamo permetterci. Occorre un piano che azzeri questi sussidi al massimo entro cinque anni (2025), cominciando ad esempio dai fondi elargiti per attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. E tutti i soldi risparmiati dovranno essere dirottati su energie rinnovabili e efficienza energetica.

3. Chiarire come e quando verranno fermate le attività estrattive, specificando che fine faranno le vecchie piattaforme da dismettere. Al momento c’è una moratoria sui nuovi permessi, ma tra pochi mesi questa pausa finirà e porzioni di mare e territorio del nostro Paese rischiano di finire di nuovo in mano ai petrolieri. Il governo deve indicare chiaramente che i combustibili fossili (gas e petrolio in questo caso) devono rimanere dove sono: sottoterra.

4. Modificare subito il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). Secondo la scienza restano 11 anni per mettere in campo azioni concrete contro i cambiamenti climatici, e dieci di questi sono contenuti nel Pniec che verrà approvato entro dicembre. Non sono ammessi errori e insistere con un piano miope come quello attualmente in bozza non è tollerabile: servono obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi, mentre il governo sta puntando addirittura ad aumentare l’uso del gas, un combustibile fossile spacciato come “amico del clima” e che invece emette CO2, alimentando la crisi climatica.

L’emergenza climatica in corso ci dice che è finito il tempo delle parole. È l’ora dei fatti.

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