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Meloni promette una legge delega per l’energia nucleare: una soluzione che nasce già vecchia

Il nucleare rischia di essere una soluzione "vecchia" per un mondo che ha già imparato a correre in un'altra direzione
Meloni promette una legge delega per l’energia nucleare: una soluzione che nasce già vecchia
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di Giuseppe Capotosto

Il Pnrr, tra i vari motivi, nasceva anche con l’obiettivo di essere la spinta per la transizione ecologica, e invece le recenti dichiarazioni della premier Meloni in Senato hanno riacceso un dibattito che l’Italia credeva di aver archiviato con i referendum del 1987 e del 2011.

L’annuncio di una legge delega entro l’estate 2026 per riavviare la produzione di energia atomica segna una svolta politica radicale. Ma mentre il governo parla di ipotetica “sovranità energetica”, ha senso o siamo di fronte a un’assurdità economica?

Il primo grande ostacolo è di natura finanziaria. Sebbene il costo del gas nel 2026 sia rimasto più alto rispetto al periodo pre crisi ucraina, il nucleare non rappresenta una scorciatoia per bollette più basse, mentre il fotovoltaico e l’eolico, supportati da sistemi di accumulo sempre più efficienti, si avviano oggi ad essere le fonti più competitive sul mercato.

Costruire una centrale nucleare richiede investimenti di capitali che superino i 10 miliardi di euro circa per reattore, con tempi di ammortamento che superano i trent’anni. “Il rischio è di impegnare miliardi di euro di fondi pubblici su una tecnologia che darà i primi frutti tra vent’anni, sottraendo risorse vitali alla transizione ecologica immediata”, spiegano fonti vicine ai think tank energetici.

Inoltre, la nostra densità abitativa, e un elevato rischio sismico, rende l’individuazione dei siti un incubo logistico e politico, senza considerare che non ha ancora è stato individuato un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi delle vecchie centrali. Aggiungere nuove scorie a un problema irrisolto da quarant’anni, per molti, è un paradosso gestionale.

La Germania ha completato lo spegnimento dei suoi ultimi reattori nel 2023! Ha scommesso su una rete basata sulle rinnovabili e la sua infrastruttura è proiettata verso una produzione 100% green. L’Italia, muovendosi verso il nucleare ora, sceglierebbe un percorso diametralmente opposto, cercando stabilità in una fonte centralizzata mentre il resto dell’industria europea si sposta verso la generazione distribuita e intelligente.

L’Italia non è ancora riuscita a chiudere i conti con il “passato-presente” ambientale più drammatico: la Terra dei Fuochi. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la storica sentenza Cannavacciuolo e altri, ha condannato l’Italia per aver violato il “diritto alla vita” di milioni di cittadini campani, a causa dell’omessa bonifica dei siti contaminati e dell’incapacità di contrastare i roghi tossici. A questa condanna morale e giuridica si somma il peso economico: la Corte di Giustizia Ue continua a esigere il pagamento di sanzioni milionarie per la gestione dei rifiuti in Campania — una multa che ha già superato i 250 milioni di euro.

Proporre oggi una nuova stagione nucleare in un Paese che l’Europa sta sanzionando proprio per l’incapacità di gestire i rifiuti “ordinari” e le bonifiche del territorio suona per molti come mancanza di credibilità istituzionale.

Le lobby del nucleare spingono Meloni sulla necessità di un carico di energia costante che le rinnovabili non possono garantire senza costi di stoccaggio. Tuttavia, la critica resta: nel 2026, con la tecnologia delle batterie allo stato solido in rapida ascesa, il nucleare rischia di essere una soluzione “vecchia” per un mondo che ha già imparato a correre in un’altra direzione.

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