Se l’Italia soffre per la crisi energetica lo deve alle sue scelte politiche
Con la crisi dello Stretto di Hormuz, sembra di essere tornati al blocco del canale di Suez del 2021, quando la nave portacontainer Evergreen ne aveva ostruito il passaggio, provocando una crisi nei commerci marittimi globali. Ancora una volta, infatti, siamo di fronte all’incompatibilità tra il gigantesco transito di merci e prodotti in giro per il mondo e le condizioni del mondo stesso, sebbene naturalmente il caso di Hormuz abbia ancora di più da insegnarci su come un modello commerciale come il nostro transiti per strettoie non solo da un punto di vista geografico attraverso istmi, stretti e porti, ma anche metaforico, se consideriamo i rischi che questo modello comporta di per sé, al di là della contingenza attuale.
Lo Stretto di Hormuz ci mette di fronte alla concretezza di una crisi energetica in grado di paralizzare, già da oggi, alcuni settori: in Italia, i trasporti sono in crisi e sia il trasporto commerciale che gli spostamenti stanno vivendo mesi di profonde incertezze. Non è un caso isolato: è esattamente parte del nostro sistema industriale il rischio che una qualunque emergenza possa produrre conseguenze a cascata dal pesantissimo costo. In questo momento l’Italia copre come produzione nazionale circa il 5% del gas naturale e il 25% dell’energia utilizzata: ciò significa che per sopravvivere dobbiamo importare una grande quantità di prodotti energetici costringendoci a una dipendenza da fonti insicure, costose e che vanno a finanziare regimi e Paesi spesso non democratici, come nel caso della Russia, il cui gas abbiamo acquistato per anni quando già era ben noto l’autoritarismo del governo di Mosca.
La vera crisi energetica italiana non è legata a cause esterne inimmaginabili, ma è un progetto politico radicato nel nostro settore industriale e fortemente accettato dalla classe politica: ne è ulteriore prova il Piano Mattei, sostanzialmente l’ennesimo regalo tramite fondi pubblici alle aziende fossili per aumentare la nostra dipendenza energetica, sfruttare le risorse di altri Paesi e continuare a consumare risorse che causano la crisi climatica e ambientale. Il tutto, va ricordato, portando all’incremento del prezzo delle nostre bollette. Questa “strategia” energetica ha poi delle ricadute sulle nostre infrastrutture e sul modello industriale: se non fossimo dipendenti dal fossile e da chi lo produce non dovremmo tenere aperte fino al 2038 le centrali a carbone come è stato recentemente scelto dal governo, investendo in una fonte dannosissima per ambiente e salute e che, anche questo va ricordato, ha un’efficienza bassissima e dei costi spropositati rispetto alle fonti rinnovabili.
Non si tratta di una supposizione: in Spagna l’investimento nelle fonti rinnovabili degli ultimi anni ha permesso di coprire più della metà dell’intera produzione energetica, rendendo la Spagna indipendente energeticamente per una fetta significativa dell’energia consumata. Questo ha portato, come conseguenza, a bollette molto più basse rispetto a quelle pagate in Paesi come l’Italia e un forte taglio delle emissioni climalteranti, mentre in Italia le rinnovabili continuano a crescere molto lentamente a causa delle fortissimi pressioni da parte delle aziende fossili nazionali, che tuttora hanno un potere significativo di lobbying nelle stanze dei bottoni. Non significa che il governo Sanchez non abbia importazioni, né che si tratti di un paradiso energetico: ma proprio per questo, è evidente come una progettualità ampia ma semplice possa in pochi anni modificare drasticamente le condizioni di vita della popolazione.
Come durante ogni crisi, ci si trova di fronte alla possibilità di immaginare cosa accadrà in futuro se dovessimo fare scelte migliori rispetto che in passato. In passato abbiamo sprecato spesso questa possibilità e sappiamo benissimo che anche adesso il rischio di investire nella crisi di domani sia sempre altissimo: prevarranno gli interessi delle aziende fossili o della cittadinanza?