Michele Serra e i lupi, perché è lui il responsabile della morte del suo cane (e solo il senso del limite ci salverà)
Dove sono nato e cresciuto, e dove vivono i miei genitori, si è stabilita una famiglia di lupi. È l’Alta Val Brembana, Orobie bergamasche. L’anno scorso un vecchio bergamì del paese – i bergamì sono i malgari – era a bordo del proprio fuoristrada quando si è trovato davanti due lupi che stavano predando un capriolo. Ha fermato l’auto, è sceso e ha tentato di aiutare il capriolo. Uno dei lupi gli ha mostrato i denti, così è risalito in macchina, è andato al bar e ha raccontato ciò che gli era appena successo.
Ho letto la tragica storia di Michele Serra e la diatriba che ne è conseguita da una zona – la Sicilia Nord-Occidentale – che fino a cent’anni fa poteva vantare la presenza di una sottospecie endemica di lupo: taglia più piccola, mantello grigio con riflessi fulvi o giallastri, è stato ucciso a colpi di lupara (da cui il nome) fino alla sua completa estinzione. Da circa un secolo quella sottospecie non esiste più. La zona in cui mi trovavo, peraltro, soffre come tutta la regione di gravi problemi di randagismo canino. Ho pensato fosse un segno, in qualche modo.
A Serra, per quanto può contare, mando la mia solidarietà. La mia famiglia ha sempre vissuto in compagnia di un amico a quattro zampe – pastori bergamaschi e ora un pastore belga – e posso immaginare il dolore che ha provato e che ancora prova (consiglio, a proposito, Il suo odore dopo la pioggia di Cédric Sapin-Defour, che sto leggendo in questi giorni, straordinario).
Al di là di questo, purtroppo il primo racconto di Serra (ne è uscito un secondo, ieri, su cui tornerò a breve) è pieno di inesattezze scientifiche ed etologiche (parla di “ripopolamento”, che è una falsità), di incomprensibili cortocircuiti logici (il suo cane, Osso, in passato era già scampato a un attacco, eppure girava libero; in più Serra si affida, nell’analisi della situazione, “all’amico cacciatore”, non esattamente la categoria più equilibrata e priva di interessi a cui, personalmente, mi rivolgerei); è anche sprovvisto del basilare buonsenso nella gestione del proprio cane in un ambiente naturale (qualcuno arriva a ipotizzare la commissione di un reato, cioè abbandono di animale; per non parlare delle ombre sul dopo: Serra ha chiamato un veterinario?). E ancora: presenta grossi problemi comunicativi, che un giornalista dovrebbe conoscere, dal momento che la denuncia suscita reazioni – non a caso in Parlamento la vicenda l’ha portata Francesco Bruzzone, il deputato-cacciatore della Lega che in passato ha tentato di liberalizzare la caccia e fare stragi di animali – e dal momento che proprio in questi giorni, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, sono state ritrovate diverse carcasse di lupi avvelenati. E infine, quando parla di “preoccupante vaghezza” nella “risposta delle autorità”, l’ammiccamento al bracconaggio, quando “si fa strada il fai da te” e il fenomeno “sfugge di mano”. (A proposito di coesistenza, animali e biodiversità, consiglio il bellissimo libro Io non ho paura del lupo di Tommaso D’Errico).
Il punto di vista di Serra – e di conseguenza il suo atteggiamento – è sintetizzabile in una frase, che scrive verso la fine. Questa: “Non si può vivere sempre reclusi quando davanti agli occhi hai monti, boschi e spazi sconfinanti”. È la sua autoassoluzione: è lui il responsabile dell’uccisione del proprio cane, ma in nome di una supposta superiorità antropocentrica sulla natura (e sugli animali), si assolve. “Ho il diritto di fare ciò che voglio, e allora lo faccio”. Un po’ come il bergamì del mio paese – il malgaro – che stava mettendo le mani nella bocca di due lupi affamati per salvare il capriolo.
Il secondo intervento del giornalista, su Repubblica, è condivisibile in alcuni tratti (quando per esempio parla di spopolamento delle aree interne e della necessità di salvarle) ma scade ancora nell’antropocentrismo di cui sopra, quando cita gli “spazi generosi e magnifici, ma da condividere con gli umani, e in simbiosi con le loro mucche (le mucche non esistono, in ogni caso, nda), le pecore, le capre, le oche, le galline, i cavalli, gli asini. E i cani”. Non coi lupi, in pratica. O quando rivendica la “libertà assoluta” delle proprie azioni, qualsiasi cosa significhi, in questo passaggio, pericoloso: “Cercare i grandi spazi naturali e poi essere costretti a viverci da reclusi è indizio di uno squilibrio: c’è qualcosa che non va”. No, è indice di rispetto. Rispetto delle regole, degli ecosistemi e di ciò che non è né tuo, né mio né di nessuno.
Senza indagare quella che a me sembra una chiara dissonanza cognitiva, indosso gli occhiali coi quali Serra guarda il mondo. E mi domando: è questo che vogliamo?
È la strada che abbiamo imboccato sin qui, niente di nuovo e niente di più: la montagna dev’essere nostra, la natura deve essere nostra. E a me sembra che sia la strada che sta devastando la Terra, in un approccio consumistico-predatorio che non conosce fine. Come sfrecciare in auto a cento all’ora, quando il limite è 50, senza cintura di sicurezza e coi freni che un po’ funzionano e un po’ no. Alla lunga, qualcosa succede. E non è piacevole.
E chissà allora se Serra da questa vicenda drammatica abbia imparato qualcosa. Non il Michele Serra giornalista, no – ci interessa relativamente – ma il Michele Serra essere umano. Quello che vive in mezzo ad altri esseri, umani e non, e nei confronti dei quali – lui come noi – ha delle responsabilità.
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