Sono già due le iniziative concrete, la prima nel Regno Unito, la seconda in Europa, tese a superare la crisi costituzionale innescata dalla richiesta del primo ministro Boris Johnson, già accolta dalla regina, di sospendere il Parlamento nei giorni cruciali per la decisione sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Poco più di un mese fa, 75 parlamentari pro remain inglesi, gallesi, scozzesi, esponenti di vari partiti, hanno presentato, supportati dall’associazione Good Law Project, una petizione alla Court of Session, il tribunale civile scozzese, chiedendo in via preventiva alla corte di dichiarare incostituzionale e illegale la prorogation del Parlamento prima del 31 ottobre, in quanto un eventuale esercizio del potere di proroga in quel periodo, negando ai parlamentari la possibilità di discutere e approvare le decisioni del governo, avrebbe avuto implicazioni legali, costituzionali e pratiche irreversibili per il Regno Unito.

Come nel precedente caso Wightman, che stabilì che il Regno Unito poteva revocare l’articolo 50 unilateralmente, i firmatari della petizione sostenevano che il tribunale avrebbe dovuto pronunciarsi in anticipo rispetto alla richiesta della regina di sospendere il Parlamento.

L’udienza si sarebbe dovuta tenere il 6 settembre, ma gli ultimi sviluppi di ieri hanno indotto i firmatari a richiedere intanto un’ingiunzione di revoca provvisoria della sospensione del Parlamento ottenuta da Boris Johnson. La Court of Session potrebbe rispondere già oggi ma è possibile che il governo cerchi di far rimandare l’udienza a venerdì.

Intanto, a Bruxelles, un gruppo di europarlamentari di varia nazionalità e di partiti diversi stanno facendo circolare tra i colleghi un documento con una richiesta di intervento ai sensi dell’articolo 7 del trattato istitutivo dell’Ue, indirizzata alla Commissione Europea, in cui si chiede un’indagine formale sull’operato del governo britannico per il rischio di violazione dello stato di diritto e dei valori di cui all’articolo 2. Un portavoce dell’Ue ha però dichiarato: “Non intendiamo commentare le procedure politiche interne dei nostri Stati membri e non facciamo ipotesi sulle conseguenze che ne possono derivare. Si tratta di questioni interne del Regno Unito”.

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