Il prossimo 4 dicembre, l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Manuel Campos Sanchez-Bordona, presenterà il suo parere sulla questione della revocabilità della notifica di recesso dall’Ue. Secondo il Trattato che istituisce la Comunità europea l’avvocato generale ha il compito di presentare pubblicamente, con assoluta imparzialità e in piena indipendenza, conclusioni motivate sugli affari sottoposti alla Corte di giustizia, per assisterla nell’adempimento della sua missione.

Il 27 novembre si è infatti svolta l’udienza della Corte sul caso presentato in Scozia da un gruppo di politici scozzesi e inglesi pro remain, che chiedono si faccia chiarezza sul punto della revocabilità, in modo che i parlamentari britannici siano consapevoli di tutte le opzioni disponibili al momento di votare la mozione del governo sulla bozza di accordo per il recesso, concordata tra i negoziatori per la Brexit. Nel corso dell’audizione pubblica, ma non videotrasmessa né trascritta, gli avvocati delle parti sono stati sentiti dai giudici e dall’avvocato generale, che hanno loro rivolto anche alcune domande.

L’avvocato Keen, in rappresentanza del governo, ha insistito sul fatto che la questione pregiudiziale sulla revocabilità unilaterale della notifica di recesso è irricevibile, perché astratta e ipotetica, in quanto il governo non intende revocare alcunché. Ha anche chiesto alla Corte di non aprire un vaso di Pandora facendosi coinvolgere nella campagna politica di un gruppo di attivisti anti Brexit, in cerca di una decisione da usare politicamente per influenzare il parlamento del Regno Unito. A una precisa domanda dell’avvocato generale, Keen ha risposto che il governo non ha nessuna opinione in merito alla revoca, non reputandola un problema attuale.

Erano presenti anche gli avvocati in rappresentanza del Consiglio europeo e della Commissione, avversi alla posizione dei ricorrenti, ma solo sul punto della unilateralità: la revoca richiederebbe invece una decisione unanime del Consiglio. Anche se la procedura di notifica è unilaterale, la procedura di revoca della notifica dev’essere multilaterale perché la revoca unilaterale creerebbe un’incertezza giuridica permanente, i tempi del ritiro rimarrebbero esclusivamente nelle mani dello Stato membro e il processo di revoca non avrebbe più un andamento prevedibile. Inoltre il diritto unilaterale di revoca consentirebbe notifiche ripetute e poco ponderate o, peggio, notifiche con secondi fini che porterebbero ad abusi.

L’avvocato dei ricorrenti, Aidan O’Neill, ha sostenuto di fronte ai giudici che è fondamentale per i trattati europei che uno Stato membro possa revocare unilateralmente  la decisione di ritirarsi. Non può essere nell’interesse dell’Unione forzare uno Stato membro a ritirarsi. La scelta finale, se rimanere nell’Unione o no, dev’essere dei cittadini, perché, finché uno Stato membro non ha lasciato l’Unione, i suoi cittadini rimangono cittadini dell’Unione, con i relativi diritti, e un singolo membro del Consiglio europeo non può forzarne il ritiro senza interferire pesantemente in tali diritti. Si tratterebbe di una “riscrittura del tutto indesiderata del trattato” e andrebbe contro lo spirito che lo informa.

Non si conosce ancora la data in cui i giudici europei si pronunceranno fornendo la loro interpretazione del diritto dell’Unione. Intanto la discussione e le votazioni del Parlamento a Londra, secondo il calendario ufficiale, dovrebbero prendere avvio a partire dal 4 dicembre e proseguire per cinque sedute, fino all’11 dicembre.