Un uomo solo al comando. La Regina Elisabetta II consegna a Boris Johnson, di fatto, i “pieni poteri” per andare a trattare i termini della Brexit con l’Unione europea. Con il mandato di trovare una mediazione, ma senza escludere l’opzione ‘no deal‘, l’uscita senza accordo tanto temuta sia in patria che in Europa. E per gran parte dei prossimi due mesi, il primo ministro inglese non avrà “l’intralcio” del Parlamento, che resterà fermo dal 9 settembre fino al 14 ottobre. Con i parlamentari che, in questo lasso di tempo, avrebbero potuto votare atti contrari alla determinazione del premier. Una decisione che ha fatto volare a oltre 1 milione e mezzo di adesioni una raccolta firme ufficiale lanciata sul sito del Parlamento britannico per fermare quanto stabilito. Il sistema britannico prevede che con 100mila firme, la petizione debba essere presa in considerazione per il dibattito in Parlamento. E oltre all’appello online, in tutta la Gran Bretagna sono state organizzate manifestazioni di piazza e cortei.

La sovrana britannica, al termine della riunione del Consiglio privato nel castello di Balmoral, ha dunque firmato il documento che accoglie la richiesta formulata Johnson di prorogare la sospensione dei lavori di Westminster. In Inghilterra la chiamano ‘prorogation‘ perché non è nient’altro che una proroga della chiusura – solitamente estiva – dei lavori delle Camere fra una sessione e l’altra. È uno strumento previsto dall’articolata – e antica – costituzione britannica e su cui i parlamentari non possono mettere bocca: lo chiede il primo ministro, ma è una prerogativa di Her Majesty. È da sottolineare però che il via libera della sovrana era una formalità, a meno che non facesse la scelta senza precedenti di schierarsi politicamente.

Il provvedimento ha creato polemiche fortissime. I laburisti sono sul piede di guerra e – a partire dal leader Jeremy Corbyn – hanno parlato di “attacco alla democrazia”, di “oltraggio costituzionale” e anche di “colpo di stato”, come ha fatto la leader dell’opposizione alla Camera dei Lords, Angela Smith. Tensione anche fra i Tories, con la leader scozzese Ruth Davidson che ha annunciato le proprie dimissioni dal partito. In favore di Johnson accorre Donald Trump: “Boris è esattamente ciò che il Regno Unito stava cercando e proverà di essere: un grande”, ha scritto l’inquilino della Casa Bianca su Twitter, beccandosi la replica proprio di Corbyn, secondo cui Johnson sarà “un primo ministro accondiscendente che consegnerà le tutele e i servizi pubblici del Regno Unito alle società Usa con un accordo di libero scambio”.

Il piano di Boris e la “bomba nucleare” – La missiva di Johnson a Buckingham Palace è stata inviata in mattinata. I parlamentaristi inglesi ritengono che pochissimi membri del governo fossero a conoscenza della mossa. Qualche giorno fa, il periodico The Observer, aveva anche pubblicato lo scoop rendendo nota l’email con la quale l’inquilino di Downing Street chiedeva un parere legale ufficiale ai suoi consulenti, notizia smentita dal capo del governo. Il primo ministro da giorni va ribadendo che il suo obiettivo è quello di arrivare a un nuovo accordo, diverso da quello ottenuto (e poi bocciato) da Theresa May.

Per raggiungere l’obiettivo, Johnson ha però bisogno di mettere sul piatto l’uscita traumatica dall’Unione, che da un lato potrebbe mettere in difficoltà, nel medio periodo, l’Inghilterra, ma che dall’altro potrebbe costare a Bruxelles circa 39 miliardi di euro, il ‘conto Brexit’ che Londra ha dichiarato di non essere obbligata a pagare in caso di ‘no deal‘. Una carta che Johnson ritiene “fondamentale” avere a disposizione, ma che a Westminster si stava lavorando per smontare, impegnando il primo ministro in senso contrario. Di qui la decisione di ricorrere a quella che qualcuno arriva a definire una “bomba nucleare”.

Dear Colleague Letter 28.8.19 by The Guardian on Scribd

Con il nuovo calendario, il “Queen’s Speech”, il tradizionale discorso della Regina che precede la riapertura dei lavori, sarà posticipato al 14 ottobre. In quell’occasione, la trattativa su Brexit sarà ormai incardinata e la sovrana sarà in grado di presentare il programma di governo. Con o senza accordo. In mattinata, Boris Johnson ha parlato a Sky, affermando che “se riesco a concludere un accordo con l’Ue, il Parlamento potrà allora passare la legge per la ratifica“. E la scadenza per la Brexit è fissata per il 31 ottobre. “Le settimane che precederanno il Consiglio europeo sono vitali per i miei negoziati con l’Ue” e “mostrando unità e determinazione abbiamo una chance di ottenere un nuovo accordo che possa essere adottato dal Parlamento”, ha proseguito l’inquilino di Downing Street.

Labour in rivolta, si dimette la leader dei tories scozzesi – La notizia ha ovviamente scatenato la bufera in Gran Bretagna. Il leader dei Labour, Jeremy Corbyn, ha parlato chiaramente di “un oltraggio e una minaccia per la nostra democrazia”, e si è detto “inorridito dalla sconsideratezza del governo di Johnson, che parla di sovranità e tuttavia sta cercando di sospendere il parlamento per evitare il controllo dei suoi piani per uno spericolato ‘no deal'” ed ha definito quello del primo ministro un “furto con scasso della democrazia”. Il capo del partito laburista aveva anche scritto alla Regina, chiedendole un incontro urgente e convincerla, in extremis, a non acconsentire alla richiesta del premier. Lettera che, allo stato dei fatti, non ha avuto esito. Ma Corbyn non è il solo a protestare. Anzi.

Di “atto oltraggioso” hanno parlato l’attivista remain, Dominic Grieve, che aveva iniziato anche a lavorare a una mozione di sfiducia, e John Bercow, speaker della Camera dei Comuni. Fermento anche negli altri paesi della Gran Bretagna: il primo ministro del Galles, Mark Drakeford, ha rinnovato la sua richiesta per un secondo referendum sulla Brexit – il parlamento gallese si riunirà il prossimo 5 settembre – mentre il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha dichiarato che “questo passerà alla storia come la pagina più oscura per la democrazia britannica”. Perfino la Chiesa di Inghilterra, con in testa l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, hanno scritto alla Regina Elisabetta per scongiurare il no deal.

Proprio il parlamento scozzese nei prossimi giorni affronterà la questione di costituzionalità riguardo alla mossa di Boris Johnson. C’è un’intera squadra legale allertata da Joanna Cherry e altri 74 parlamentari che sperano che un tribunale scozzese tenga un’audizione molto più rapida, esprimendosi sul tema. L’istanza aveva già ottenuto l’approvazione per un’audizione completa della sfida alla strategia di proroga di Johnson, calendarizzata per venerdì 6 settembre. Chiederanno ora al tribunale di ascoltare il caso all’inizio della prossima settimana, dopo la mossa del primo ministro. Intanto, l’ex premier John Major ha dichiarato di voler “sfidare Johnson in tribunale”

Cos’è la prorogation e come funziona – La prorogation, d’altronde, resta uno strumento totalmente costituzionale ma che solitamente viene utilizzato in casi straordinari. E, a giudizio di Downing Street, la trattativa per la Brexit lo è. L’ultima sospensione durata più di una settimana risale agli anni ’70, quando erano in corso i trouble e il conflitto nordirlandese. Ma anche le sessioni parlamentari, di solito, durano un anno, mentre quella che si avvia a conclusione è attiva da oltre 2 anni, la più lunga da 400 anni a questa parte. Inoltre, era già stata programmata una pausa fra il 13 settembre e l’8 ottobre, per coprire la stagione delle conferenze politiche: l’atto promulgato dalla Regina, dunque, non fa altro che ricucire i due periodi di sospensione, prolungandola di una settimana. L’ex leader conservatore, Iain Duncan Smith, ha dichiarato a Bbc Radio 5 Live che la decisione di sospendere il Parlamento “non è affatto sinistra”, e le date della sospensione hanno riguardato “praticamente” lo stesso periodo della conferenza.

Da capire che impatto avrà la decisione di Johnson sull’opinione pubblica. Un sondaggio YouGov stima che il 47% dei britannici sia contrario alla decisione di Johnson, mentre il 27% la approva. La legge britannica prevede che si possano raccogliere firme sul sito web del Parlamento e, superate le 100mila firme, queste debbano essere prese in considerazione per essere dibattute alle camere. La petizione contro la sospensione, avviata in mattinata, a metà pomeriggio aveva già superato le 500mila sottoscrizioni – oltre 1 milione a fine giornata e 1,5 milioni il giovedì – a un ritmo vertiginoso: risultato che, in linea teorica, aprirebbe la discussione. Ma la stessa Costituzione inglese non prevede che i deputati possano votare contro la sospensione, prerogativa – come detto – del sovrano. Dunque la protesta potrebbe spostarsi anche in strada. Il The Guardian informa che sono già state organizzate due manifestazioni di piazza, una a Leeds e l’altra a Londra, proprio davanti a Westminster, organizzata dal movimento ‘Another Europe is possible’. Cortei sono previsti fra oggi e domani anche a Birmingham, Liverpool, Milton Keynes, Chester, Manchester, Edinburgo, Cambridge, Cardiff, Durham e Bristol.

L’impatto sui mercati e le reazioni di Bruxelles – Le notizie che arrivano da Londra hanno creato non pochi scossoni ai mercati. In mattinata, la sterlina è scesa quasi dell’1 per cento rispetto al dollaro e all’euro. La valuta britannica è scivolata dello 0,94 per cento a 1,2179 dollari, mentre l’euro viene acquistato a 91,09 pence. In controtendenza la Borsa di Londra, unica tra le piazze europee a salire (Ftse100 +0,35%), spinta dal rimbalzo della catena commerciale Tesco (+2,29%), spinta dagli analisti che prevedono risultati semestrali in crescita (Ebit +18%). Sprint di Bp (+2,08%) sulla scia del rialzo del greggio, mentre tra i titoli più colpiti da un’eventuale Brexit senza accordo si segnalano il costruttore Persimmon (-2,64%) e gli assicurativi Prudential (-2,3%) e Standard Life (-1,76%).

Nei giorni scorsi, il Sunday Times aveva diffuso un dossier segreto, risalente a un anno fa, intitolato “Operation Yellowhammer” (letteralmente “operazione zigolo giallo, dal nome dell’uccello), che evidenziava i pericolo di un’uscita senza accordi, paventando una fase di transizione in cui ci sarebbero state difficoltà nell’approvvigionamento di cibo e di farmaci. E secondo il Guardian, le aziende di Regno Unito e Irlanda hanno chiesto un finanziamento da 1 miliardo di euro (908 milioni di sterline) da parte del governo irlandese per aiutarli a resistere allo “shock Brexit” in caso di ‘no deal’. Vogliono una fetta dell’incremento fiscale dell’Irlanda, definito “senza precedenti”, pari a 10,4 miliardi di euro (9,4 miliardi di sterline) destinato agli scambi commerciali che saranno colpiti dai dazi.

La portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva, conferma che “il calendario resta quello previsto, con l’uscita della Gran Bretagna il 31 ottobre”. Ha poi riferito che il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e il premier Johnson “sono rimasti d’accordo di rimanere in contatto, ma non ci sono riunioni previste” al momento, ha aggiunto la portavoce, dopo la telefonata di ieri fra i due leader. La portavoce ha poi aggiunto: “Prima il Regno Unito formulerà proposte concrete per evitare una Brexit senza accordo e meglio è“. In serata è arrivato anche un tweet di David Sassoli, neo presidente del Parlamento europeo: “Ascoltare i parlamenti fa sempre bene alla democrazia. Per questo è meglio tenerli aperti”.

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