Il combustibile esaurito presente in Italia va inviato all’estero e si tratta di un problema da “risolvere con urgenza”. Soprattutto per quanto riguarda le 13 tonnellate stoccate presso il deposito Avogadro di Saluggia, in provincia di Vercelli. Parliamo dell’area dove, a maggio 2019, sono stati trovati alcuni fusti interrati, in seguito agli scavi eseguiti da Arpa Piemonte, incaricata dalla Procura di Vercelli con funzioni di polizia giudiziaria, che sta completando la caratterizzazione.

A raccontare le ragioni dell’urgenza sono stati, nel corso di un’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il direttore dell’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), Maurizio Pernice, e il vice direttore vicario, Lamberto Matteocci. Ma il combustibile da inviare all’estero, ossia quello non ancora processato e che dopo il trattamento diventa rifiuto radioattivo, è anche in altri siti: ci sono 1,7 tonnellate all’Itrec di Rotondella (Matera) e 0,7 tonnellate presso il centro di ricerca di Ispra (Varese). Non si tratta solo di capire se altri Paesi sono disponibili a farsene carico, ma anche di decidere quale debba essere la loro destinazione finale, una volta pronto il deposito nazionale. Deposito dove, si prevede, saranno stoccati per un massimo di 50 anni i rifiuti ad alta attività, ossia quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni e che, per essere sistemati definitivamente, richiedono la disponibilità di un deposito geologico di profondità.

IL DEPOSITO AVOGADRO NON È SICURO – I dirigenti dell’Isi hanno spiegato, in particolare rispetto al deposito Avogadro, come lo stoccaggio nel sito “non dia tutte le garanzie di sicurezza richieste a livello internazionale, considerando sia la vetustà dell’impianto, sia anche il protrarsi dei tempi di permanenza del materiale radioattivo”. Rispetto alle barre presenti alla Itrec “al momento – hanno sottolineato – non esistono processi consolidati di ritrattamento che possano offrire adeguate garanzie”. Si sta optando, quindi, per lo stoccaggio a secco presso il sito. In riferimento al reattore di Ispra, invece, “la situazione – è stato annunciato in Commissione – si risolverà attraverso l’accordo transattivo stretto tra il governo italiano e la Commissione europea”.

LA RICERCA DI ACCORDI BILATERALI – Riguardo a questo, proprio martedì 30 luglio, sempre in Commissione Ecomafie, il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, Davide Crippa, ha spiegato che a gennaio scorso si è concordato di apportare una modifica allo schema di Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, non ancora approvato. L’obiettivo è quello di garantire che lo smaltimento in sicurezza dei rifiuti radioattivi italiani possa avvenire sia nel territorio nazionale “sia, parzialmente, anche in impianti di smaltimento situati in uno stato membro dell’Unione europea o in un Paese terzo sulla base di preventivi accordi conclusi con gli stessi”. Questa modifica potrà consentire l’avvio di contatti con Paesi esteri per capire, attraverso un’analisi costi-benefici, se sia più conveniente trasferire i rifiuti ad alta attività nel nostro deposito o gestirli attraverso contratti internazionali. Una strada indicata, tra l’altro, anche nella bozza di risoluzione depositata agli inizi di luglio in Commissione Industria al Senato da Gianni Girotto, portavoce a Palazzo Madama del Movimento 5 Stelle.

LA FRANCIA CHIEDE GARANZIE ALL’ITALIA – Una strada, però, non percorribile con tutti i Paesi. In merito agli accordi con la Francia per il trattamento di combustibile esaurito proveniente da ex centrali nucleari italiane, per esempio, al momento sono state trasportate dall’Italia circa 222 tonnellate, ma restano da effettuare tre trasporti dal Deposito Avogadro (ossia proprio le 13 tonnellate di cui parla l’Isin). Secondo quanto dichiarato da Crippa, dalle interlocuzioni con la Francia è emerso che già l’esecuzione di questi ultimi trasporti “è subordinata da parte francese a precise garanzie del Governo italiano di ripresa in carico dei rifiuti”, una volta che sarà pronto il deposito nazionale. Tant’è che un nuovo incontro tecnico tra le parti avverrà, si è concordato, non appena sarà approvato il Programma Nazionale e verrà pubblicata la Cnapi, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, in modo da fornire le necessarie rassicurazioni al governo francese. Più facile a dirsi che a farsi. Perché è proprio il ritardo nella pubblicazione della Cnapi che ha bloccato fin qui l’adozione del programma.

LA CNAPI – Crippa ha riferito che si prevede di concludere l’iter necessario alla pubblicazione della Carta tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Il nulla osta verrà dato separatamente da Ministero dello Sviluppo economico e Ministero dell’Ambiente, poiché potranno essere formulati eventuali rilievi di rispettiva competenza. A valle dei nulla osta, la Sogin (la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi che costruirà anche il deposito, ndr) potrà di conseguenza provvedere alla pubblicazione della Carta sul proprio sito web e su quotidiani a diffusione nazionale.

Ad oggi, però, i ritardi accumulati nella pubblicazione della Cnapi, dovuti anche ai tempi di attesa per un aggiornamento da parte dell’Isin rispetto alla sismicità delle aree con uno studio chiesto nel 2015 alla Sogin, hanno portato la Corte di giustizia Ue, l’11 luglio scorso, ad accogliere il ricorso della Commissione europea contro l’Italia. Non solo. Ci sono ritardi, come spiegato da Girotto a ilfattoquotidiano.it, ancora più gravi, ossia “quelli per la messa in sicurezza dei siti già esistenti”.

Alla Commissione Ecomafie, il sottosegretario Crippa ha spiegato di aver istituito, presso il Ministero dello Sviluppo economico, un tavolo permanente per il monitoraggio delle attività di decommissioning delle installazioni nucleari della Sogin, a cui partecipano anche rappresentanti di Ministero dell’Ambiente, Isin, Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) e Sogin. Un’iniziativa, ha dichiarato, “presa anche in considerazione del fatto che la commessa nucleare nel suo complesso, sulla base dell’attuale stato di avanzamento, ha accumulato nei diversi anni significativi ritardi con conseguente e continua crescita dei tempi e dei costi del programma della Sogin”.

LE DIFFICOLTÀ DELL’ISIN – I dirigenti dell’Isin hanno infine evidenziato una serie di difficoltà dell’istituto, tra cui il limitato numero di personale tecnico a fronte della quantità, importanza e delicatezza delle funzioni da svolgere e la limitata disponibilità di personale con competenze amministrative. “Auspico che Isin – ha commentato il presidente della Commissione Ecomafie, Stefano Vignaroli – venga presto messa nelle condizioni di essere pienamente operativa e che la Cnapi e il Programma Nazionale arrivino il prima possibile, come presupposto anche per inviare all’estero il combustibile esaurito ancora presente in Italia”. Per Vignaroli “tutte queste azioni garantirebbero una maggiore sicurezza sul piano della gestione dei rifiuti radioattivi nel nostro Paese e contribuirebbero a ridurre le legittime preoccupazioni dei cittadini”.

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