di Francesca Scoleri

Uscivo dal cinema dopo la visione de Il traditore di Marco Bellocchio, considerando che l’unica nota positiva riscontrata per tutta la durata del film è stata la magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino. Tutto il resto era un insieme di riflessioni pessime sulla pellicola. Che strano che, proprio nel post sentenza trattativa Stato mafia, qualcuno vuole ricordare al Paese lo spietato mondo dell’ala militare di Cosa nostra carezzando il mondo acclarato delle “menti raffinatissime”, pensavo fra me e me. I mafiosi sono quello che sono, sanguinari assassini a volte pentiti per convenienza o per riscatto morale – chi può saperlo – comunque, uomini senza alcun onore per quanto si illudano di averne. La fortuna dei disonorati è lo Stato infedele che apre le porte delle istituzioni corrompendosi per voti, soldi e potere, collusione che smantella di fatto le colonne della democrazia e, per questo, più traditore di chiunque altro.

Immersa in queste riflessioni, scorro le notizie e con amarezza leggo: “Nino Di Matteo estromesso dal pool istituito per indagare sulle entità esterne alle stragi a causa di un’intervista”. Ma come estromesso? Proprio lui che ha portato alla sentenza storica di un anno fa con condanne che raccontano cosa sia stato davvero il periodo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, e quella strana pace dopo le bombe. Ad amarezza si aggiunge amarezza nell’apprendere che la decisione di estrometterlo sarebbe arrivata da Federico Cafiero De Raho, il super procuratore che ha fatto condannare centinaia di camorristi e che si è distinto per l’ottimo lavoro che ha colpito anche il cuore della ‘ndrangheta.

In molti hanno seguito l’intervista incriminata e a nessuno verrebbe in mente di trarre le conclusioni che avrebbe tratto De Raho, secondo cui Di Matteo avrebbe interrotto il “rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia”. Per aver detto cose che chiunque può reperire con semplici ricerche online? Una decisione che parrebbe minare dalle fondamenta il lavoro del neonato pool di cui indubbiamente Di Matteo si è guadagnato il diritto di far parte. Un pm consapevole che l’esercizio delle sue funzioni compromette in modo irreversibile la propria sicurezza e ciò nonostante va fino in fondo merita ben altro trattamento e questo può essere marginale; molto meno, il fatto che Di Matteo non è nuovo ad attacchi istituzionali che si sono rivelati infondati.

Il conflitto d’attribuzione sollevato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il procedimento del Csm da lui voluto per colpire il magistrato siciliano sono stati i più eclatanti. La massima carica dello Stato che trova tempo e voglia di colpire chi è già minacciato di morte dalla mafia e contemporaneamente si attiva per aiutare un imputato di quel pm, Nicola Mancino.

Bella rappresentazione, tocca dirlo a Bellocchio per Il traditore parte II. Inoltre, De Raho conosce benissimo il gioco sporco di certa informazione che altro non attende che poter screditare l’uomo che ha scalfito il potere che essa difende e protegge. Le sottragga l’osso, dev’esserci stato senz’altro un malinteso.

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