Una foto, un pizzino contenente un messaggio che non lascia dubbi. C’è un giornalista “ficcanaso”, che si firma Mino Minelli, al quale viene detto: “Se continui a scrivere tutte quelle fandonie sui cutresi sarai un uomo morto. Lascia Reggio entro giovedì o ti troveranno sforacchiato con questa (una pistola)”. Firmato: “La mafia di Cutro. Crepa vigliacco”.

Non è una storia di oggi perchè quel pizzino risale al novembre 1970 e porta ancora più indietro nel tempo le notizie certe sulla penetrazione ‘ndranghetista nella regione Emilia Romagna. La colpa del giornalista, che oggi ha ottant’anni e allora non si lasciò intimidire, è di avere pubblicato la prima puntata di un’inchiesta sul caporalato a Reggio Emilia e Modena. Metteva sotto accusa i mafiosi che sfruttavano giovani immigrati provenienti da Cutro e gli imprenditori edili locali che pur di acquistare manodopera a basso costo incentivavano l’immigrazione e il lavoro nero. Che violavano le leggi in nome della “legge del mercato”.

Il giornalista minacciato è lo studioso e storico Antonio Zambonelli, che ricorda ancora bene oggi di avere firmato sul periodico “Reggio 15”, in edicola nel novembre 1970, una lunga inchiesta titolata: “La mafia dei cantieri”. Prendeva spunto da un fatto di cronaca, la denuncia alla magistratura di un imprenditore edile reggiano, il 41enne Carlo Moretti, e di un caporale cottimista di origine calabrese. Ad incastrarli era stata la spavalderia del 22enne cutrese, Giuseppe le Rose, che durante una lite ad un incrocio era sceso dalla sua Fiat 124 puntando una pistola all’altro automobilista. Era una rivoltella con numero di matricola abraso e illegalmente detenuta. Con la polizia si era poi difeso raccontando di essere un “onesto” lavoratore che di mestiere faceva appunto “il caporale”. “Io l’ho conosciuto” ci dice Zambonelli, “si era anche avvicinato al Pci”. Vendeva lavoro e lavoratori alla giornata per le stimate imprese emiliane, reclutando ragazzi cutresi minorenni davanti al bar di via della Croce Bianca, sotto al municipio di Reggio Emilia, dove ogni mattina si svolgeva il mercato della manodopera immigrata.

Quel fatto di cronaca, diceva l’inchiesta, “è l’occasione per riaprire il discorso sulla situazione della consistente massa di immigrati vittime di uno sfruttamento bestiale nei cantieri edili della nostra provincia”. Se lo sfruttamento era già “bestiale” nel 1970 e il discorso andava “riaperto”, significa che le storie di caporalato mafioso raccontate dal processo Aemilia sono solo l’ultima evidenza di un fenomeno illecito e diffuso, vecchio di almeno mezzo secolo. Un altro studioso reggiano, il sociologo e insegnante di religione Pietro Pattacini, racconta nel libro “La comunità di Cutro a Reggio Emilia” che le città emiliane hanno “fame di manodopera a partire dai primi anno ‘60” e dice di avere visto a Catanzaro, nel 1973, un grande manifesto pubblicitario con scritto: “Venite a Reggio Emilia, troverete un avvenire interessante e sicuro”.

Molti ragazzi evidentemente hanno risposto a quel richiamo, come ci spiega Zambonelli: “Man mano che le nuove leve di 13 o 14 anni arrivano a Reggio (da Cutro) per fare fortuna come i fratelli maggiori, vengono captate dai vari caporali che dicono loro: senza di me non troveresti lavoro, però non dire a nessuno chi ti paga o quanto ti paga, perché la gente di qua ci vede male”. Si lavora 10 o 12 ore al giorno, senza sapere quando arriveranno i soldi; il compenso può essere ribassato per battere la concorrenza, ma girano voci su stipendi per lavoratori regolari che non superano le 5mila lire al giorno, mentre i caporali pagano a volte anche 7-8mila i ragazzini alle prime armi. Per loro, che tanti soldi così non li hanno mai visti, “fin che tutto fila liscio la vita è bella”.

I guai nascono, prosegue Zambonelli, “quando il cottimista si infortuna o si ammala la moglie o il figlioletto”. Quando diventa dura “dormire a gruppi di 10 o 15 in stanzoni di case fatiscenti, o nelle baracche dei cantieri, o in tre sopra ai sedili di una vecchia Fiat 1100 parcheggiata nei pressi del cantiere”, come il giornalista ha visto con i propri occhi. Esattamente come ha raccontato il collaboratore di giustizia Antonio Valerio in aula durante il processo Aemilia. In inverno questi ragazzi tornano spesso al Sud e dovranno vivere di quanto hanno guadagnato a Reggio Emilia, sapendo che nessuno darà loro la gratifica natalizia o la cassa integrazione o il compenso per le centinaia di ore straordinarie lavorate in più rispetto ad un operaio regolare.

“Quanto guadagna un caporale è difficile stabilirlo, perché variano le tariffe mercanteggiate di volta in volta con l’impresa che richiede i cottimisti. E al di sopra dei caporali ci sono veri e propri ‘mammasantissima’ con funzioni di rigoroso controllo delle piazze di Reggio e di Modena, capaci di bloccare ogni possibilità di lavoro a chi intendesse operare al di fuori del loro controllo”.

Diversi ragazzi cutresi, con cui Zambonelli ha parlato, gli raccontano “di avere nostalgia dell’aria di casa. Si sentono come degli esiliati e hanno in cuore una idea fissa: tornare al paese per ricostruire la famiglia”. Perché non è infrequente, aggiunge il giornalista, che qualche lavoratore edile reggiano scambi la lotta al cottimo per la lotta al cottimista: “Lavorate come bestie, lavorate anche al sabato e nelle mezze feste, ma che razza di gente siete? Così i cutresi continuano, salvo rare eccezioni, a far comunella soltanto coi cutresi tra Piazza Casotti e il lato nord di Piazza Prampolini”.

Il loro gruppo si fa dunque sempre più grosso ed è lì, a pochi passi dal Municipio di Reggio Emilia, che “si svolge il mercato del lavoro, come nelle piazze assolate del meridione, dove i caporali vanno a palpare i muscoli dei braccianti da assumere” per scegliere quelli più in forma. Sono trattative discrete quelle di Piazza Casotti, davanti al barettino di via della Croce Bianca e con i profumi del pisciatoio pubblico ricavato al piano terra del palazzo municipale. Discorsi a bassa voce o in stretto dialetto calabrese, con la conclusione amara di Zambonelli: “Gli “aspetti paramafiosi di questa complessa rete di rapporti umani, trapiantati dalla Calabria a Reggio Emilia, non avrebbero potuto attecchire e non potrebbero svilupparsi se non avessero trovato in loco un terreno favorevole nelle esigenze di sempre maggiori profitti delle imprese”.

Quindici giorni dopo la prima puntata dell’inchiesta, infilata nel cassetto della scrivania la minaccia di morte, sulla quale nessuna forza di Polizia ha pensato di svolgere indagini all’epoca, Zambonelli sforna la seconda puntata. Dice ai giovani cottimisti di Cutro che non debbono scambiare l’attacco a chi li sfrutta per un attacco a loro stessi. L’inchiesta non vuole colpire le vittime del caporalato, i lavoratori, che anzi lavorano più degli altri prendendo “577 lire all’ora in meno sotto forma di salario differito” come documentato con rigore. Ad essere chiamati in causa sono invece “le gravi responsabilità dell’Ispettorato del Lavoro incapace di intervenire”, sono “gli industriali edili di Reggio Emilia che con i cottimisti intendono limitare la forza di contrattazione dei lavoratori regolarmente assunti”. Bisogna far emergere, conclude l’inchiesta, “la speculazione ai danni della mano d’opera in edilizia” sulla quale si innesta e si radica il fenomeno mafioso.

Un compito che nel 1970 (come oggi) sembrava non interessare la politica e men che meno le associazioni imprenditoriali della già benestante Emilia Romagna. Replicava allora all’inchiesta di Zambonelli, con una lettera inviata al giornale, il segretario della Federazione Provinciale Artigiani Edili, Mario Gibertoni, che diceva: “Sarebbe anacronistico pretendere che imprese grosse e piccole edificassero e lavorassero seguendo metodi validi trenta o quaranta anni fa. Quando una impresa appalta i lavori non fa altro che compiere un atto basato sulle leggi economiche del mercato, legate ai costi della mano d’opera”. Come oggi appunto. Con gli applausi in sottofondo delle mafie che tra le leggi del mercato ci sguazzano arricchendosi. Il rotocalco “Reggio 15”, che sviluppava un buon giornalismo d’inchiesta, non sopravvisse invece alle dure leggi del mercato e dopo l’indagine sul caporalato uscì l’ultimo numero nel dicembre 1970 dedicato alla liberazione dalla schiavitù dei manicomi.

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