Greta Thunberg, l’attivista svedese promotrice dei climate strike, è in Italia per parlare in Senato e partecipare al #FridaysforFuture in piazza del Popolo a Roma. Anche in Italia la sua azione e il suo arrivo hanno trovato vera attenzione mediatica, accompagnata da una mobilitazione che ha lasciato sorpresi anche noi ambientalisti. Greta ripeterà in Italia il messaggio espresso a Strasburgo: se il clima fosse davvero importante per tutti – come gli applausi a lei sembrano indicare – non parleremmo d’altro. Ma cosa significa essere a favore della tutela del clima? Quali sono le misure che potremmo prendere in Italia e in Europa entro gli 11 anni che ci separano da una modifica inarrestabile del clima? Come possiamo rendere queste misure non solo giuste ma anche desiderabili?

Ecco la sfida che abbiamo davanti. Greta e i ragazzi del movimento StrikeForClimate sono dei motori potenti, ma non bastano. Ci dobbiamo essere tutti. Il mondo economico, quello associativo, la politica, le amministrazioni. E non solo per il tempo di un applauso. Invece non ci siamo. Continuando sulla strada definita dalle norme europee attualmente in vigore, per non parlare di quelle del resto del mondo, avremo un aumento della temperatura di oltre tre gradi entro la fine del secolo. Una catastrofe.

Occorre sbrigarci. Ridurre le emissioni di Co2 del 60% entro il 2030 e strutturare un sistema economico basato sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica entro il 2050. Come? Ad esempio, tassando l’inquinamento e la plastica al posto del lavoro e della cultura. Ogni anno l’economia fossile beneficia di almeno 55 miliardi di euro di sovvenzioni pubbliche in Europa: un errore. Il denaro dei contribuenti deve essere investito per la transizione ecologica della nostra economia.

Una cosa però deve essere chiara: non ci sarà nessuna rivoluzione ambientale se non vi aderirà tutta la società, dal più ricco al più povero. Per questo motivo la leva fiscale è cruciale: occorre scoraggiare chi inquina e, contemporaneamente, incentivare metodi non inquinanti di trasporto, di produzione e di consumo. Le entrate (circa 28 miliardi) derivanti dalla fissazione del prezzo del carbonio che dobbiamo stabilire dovranno essere utilizzate per sostenere economicamente le Regioni, le comunità, i lavoratori. Nessuno dovrà “pagarla cara” perché ha scelto di non inquinare. Ma non aspettiamoci scorciatoie. I nostri mezzi di trasporto dovranno essere rivoluzionati per poter raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi e limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi.

Servono meno aerei e più treni. Greta ci sta insegnando che è possibile. Per questo, oltre a mettere fine all’esenzione dalla tassazione del cherosene, dobbiamo introdurre l’Iva sui voli e contemporaneamente rendere i treni più accessibili, più frequenti e meglio collegati, rivitalizzando i notturni e costruendo collegamenti regionali in tutta l’Europa.

Infine, un punto che mi sta a cuore. Mettiamola nel cassetto la società del consumismo ad ogni costo! Basta con gli acquisiti da due lire che durano poco e inquinano molto o con l’obsolescenza pianificata nei nostri elettrodomestici e telefonini. Imponiamo standard industriali più elevati che allunghino la vita degli oggetti e ne consentano la riparazione. Consumare meglio e meno ci permetterà di non trasformare il nostro pianeta in una discarica. Torniamo a conservare e tramandare. Nel farlo, nei nostri oggetti quotidiani, passeremo ai nostri figli anche un pezzetto della nostra vita. Un pezzetto di noi stessi.

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