La mafia c’è ancora. Anche a Palermo. Con buona pace di chi pensa, con eccessivo entusiasmo e ottimismo, di poter liquidare Cosa nostra come questione del passato. O di ridimensionare vigilanza e attenzione.

Questo ci racconta l’operazione di magistratura e forze dell’ordine che, stamani, ha svegliato Palermo al suono di elicotteri e sirene. Portando una quarantina di mafiosi in galera e scoprendo, soprattutto, la vitalità delle famiglie mafiose palermitane. Che seguendo vecchi riti provano a riorganizzarsi per mettere le mani su affari e condizionare la vita economica e sociale dell’isola e del capoluogo.

Vecchi riti come la ricomposizione della “commissione provinciale” da affidare ad un capomafia 80enne con la fobia delle intercettazioni telefoniche già condannato nel maxi processo alla mafia degli anni 80. E che, emerge anche questo inquietante particolare, pensa di ritornare a sparare organizzando l’omicidio – sventato dall’operazione odierna – di un pregiudicato che in autonomia andava a riscuotere il pizzo.

Pizzo, pistole e riti. Un classico tris mafioso ma che guarda anche alla contemporaneità come il business delle scommesse on line, elemento che sempre più spesso compare nelle inchieste di mafia e che anche a livello nazionale sarebbe finalmente il caso di affrontare seriamente.

“Abbiamo fatto una cosa seria” dice al termine della riunione il boss Colletti, capomafia di Villabate. E la sensazione è che davvero la riorganizzazione mafiosa a Palermo volesse essere una cosa seria, con recupero di regole storiche di cosa nostra e di una struttura unitaria. E pericolosa.

Il dopo Riina, nella mafia palermitana, non segna un cupio dissolvi dell’organizzazione, nonostante colpi continui e pesanti ricevuti. I segnali, a volerli vedere, c’erano tutti ma oggi arriva una conferma. E non bastano i comunicati stampa di plauso da parte di ministri e sottosegretari, serve prendere consapevolezza. Non è ancora tempo di far uscire la lotta alla mafia dall’agenda politica di questo Paese.