Ci sono i necrologi mai pubblicati perché respinti alla famiglia di Beppe Montana, il poliziotto ucciso da Cosa nostra. E gli articoli di giornale in cui Pippo Ercolano veniva indicato come “il massimo esponente della nota famiglia sospetta di mafia”. Per quella frase il boss andrà a rimproverare il giornalista autore del pezzo, con l’editore e direttore del giornale a fare gli onori di casa. Al centro delle indagini del Ros di Catania ci sono quarant’anni di linea editoriale di quello che è uno dei principali quotidiani del Sud Italia. Un’inchiesta che va avanti da almeno un decennio e che ieri ha portato al sequestro del patrimonio di Mario Ciancio Sanfillippo, il signore dell’informazione nel Mezzogiorno. I sigilli sono scattati per un patrimonio da almeno 150 milioni di euro che comprendeva il quotidiano La Sicilia, le azioni della Gazzetta del Mezzogiorno, due emittenti televisive, Antenna Sicilia e Telecolor. Sotto sequestro anche la società Etis, che stampa giornali siciliani e nazionali,la Simeto Docks, concessionaria di pubblicità e affissioni, conti correnti – uno in Svizzera da quasi 25milioni di euro – polizze assicurative, 31 società, azioni e beni immobili.

I pm: “Per il giudice Ciancio pericoloso socialmente” – Il tribunale di Catania, infatti, ha ritenuto che l’attività imprenditoriale di Ciancio si sia sviluppata “nell’interesse proprio e nell’interesse di Cosa nostra. E che in ragione di ciò il suo patrimonio si sia implementato illecitamente, giovandosi anche di finanziamenti occulti e che anche il predetto sodalizio mafioso si sia rafforzato grazie ai fortunati investimenti realizzati per il tramite dell’editore”. A spiegarlo è la procura etnea, incontrando la stampa nel day after di quello che è la principale operazione che coinvolge direttamente giornalismo e associazioni criminali. Il giudice  – annota la procura guidata da Carmelo Zuccaro –  ha ritenuto la pericolosità sociale qualificata del proposto per la sussistenza a suo carico di gravi indizi del rilevante contributo fornito da Ciancio al raggiungimento delle finalità perseguite dalla famiglia catanese di Cosa nostra dagli anni Settanta dello scorso secolo sino al 2013 e ha disposto la confisca di tutto il patrimonio da questi acquisito nel periodo in cui è stata accertata tale pericolosità sociale”. Che, però, non sarebbe ancora attuale. “L’età avanzata e il tempo risalente degli ultimi accertamenti (2013) – spiega sempre l’ufficio inquirente etneo – hanno indotto il tribunale a escludere l’attualità della pericolosità sociale, ma tale conclusione, per disposto di legge, non consente al soggetto ritenuto pericoloso di continuare a detenere il patrimonio acquisito in ragione delle illecite cointeressenze, sicché il tribunale ne ha disposto la confisca“.

“Suo patrimonio è in parte frutto di un reato” – Quella su Ciancio è un’indagine complessa, che ha passato in rassegna anni di affari dell’editore e che ha incrociato il procedimento penale in cui è imputato per concorso esterno. Il Ros dei carabinieri si è afficata a una società esperta di consulenza patrimoniale: la Pwc. Insieme ai periti esterni gli investigatori hanno passato al setaccio anni di bilanci, migliaia di visure camerali, documenti e pendenze personali, incrociandoli con le testimonianze dei pentiti. Alla fine sono arrivati a sostenere che Ciancio ha avuto un “rapporto continuativo con esponenti di Cosa nostra” e il suo patrimonio “è in parte frutto di reato e in parte non trova giustificazione nei redditi conseguiti, quindi deve ritenersi illecito”.

I rapporti con Cosa nostra – La pericolosità sociale dell’editore è da collegare “ai rapporti sinallagmatici intrattenuti dal Ciancio con gli esponenti di vertice della famiglia catanese di Cosa nostra sin da quando la stessa era diretta da Giuseppe Calderone, rapporti poi proseguiti ed anzi ulteriormente intensificati con l’avvento al potere di Benedetto Santapaola alla fine degli anni Settanta e al ruolo di canale di comunicazione svolto dallo stesso Ciancio per consentire ai vertici della predetta famiglia mafiosa di venire a contatto con esponenti anche autorevoli delle Istituzioni”. Come dire: a Catania Ciancio era l’uomo cerniera tra mafia e politica.

La linea editoriale per mantenere nell’ombra la mafia – E proprio per questo motivo – sempre secondo l’accusa – l’editore e il direttore de La Sicilia imponeva al suo quotidiano una “linea editoriale improntata alla finalità di mantenere nell’ombra i rapporti tra la famiglia mafiosa e le imprese direttamente o per interposta persona controllate dalla medesima”. E poi “di non porre all’attenzione dell’opinione pubblica gli esponenti mafiosi non ancora pubblicamente coinvolti dalle indagini giudiziarie e soprattutto l’ampia rete di connivenze e collusioni sulle quali questo sodalizio mafioso poteva contare per mantenere la propria influenza nella provincia catanese”. Insomma sulle pagine del quotidiano siciliano di mafia bisognava scriverne ma con moderazione.

Gli affari ai raggi X – La pericolosità dell’ormai ex direttore de La Sicilia è legata anche “all’impiego di grandi quantità di capitali di provenienza mafiosa investiti nelle iniziative economiche, anche di natura speculativa immobiliare, poste in essere nell’arco di numerosi decenni dal proposto”. Cinque le vicende imprenditoriali nelle quali i giudici hanno individuato l’esistenza di rapporti tra Ciancio e Cosa nostra. Il caso principale è quello del centro commerciale Porte di Catania, un complesso che ospita 150 negozi. Nell’affare Ciancio era socio, secondo gli investigatori, di Giovanni Vizzini e Tommaso Mercadante, vicini a personaggi coinvolti in vicende di mafia. La realizzazione del centro commerciale venne affidata a Vincenzo Basilotta anche se vi era l’intenzione di coinvolgere Mariano Incarbone. Sia Basilotta che Incarbone sono stati indicati come vicini a Cosa nostra. Basilotta è morto mentre veniva giudicato per associazione mafiosa, Incarbone è accusato di essere legato al clan Santapola. Da intercettazioni emerge che “l’affare era infiltrato da Cosa nostra” e che Basilotta aveva “lucrato 600mila euro”. Li aveva poi consegnati all’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo: sarebbe stato il compenso dell’interessamento di Lombardo al progetto al quale partecipava Ciancio. Tra gli altri affari imprenditoriali contestati all’editore, c’è anche il parco commerciale Sicily outlet di Dittaino, in provincia di Enna. Oltre a essere proprietario dei terreni, Ciancio era socio della Dittaino Development che avrebbe affidato parte dei lavori a Basilotta e Incarobone.  Nel provvedimento dei giudici si fa riferimento ancora a tre progetti non realizzati in cui Ciancio era proprietario dei terreni.

Zuccaro: “Si poteva fare di più” – “Se si vuole, una volta per tutte, debellare quelli che sono i fenomeni più perversi che affliggono il nostro Paese non si possono assolutamente trascurare le reti di collusione, l’interfaccia che Cosa nostra sa stabilire con tessuti ed esponenti importanti del tessuto economico e sociale. Questa indagine si scrive su questa linea, che é la linea che segue la procura di Catania”, è il commento che Zuccaro ha rilasciato sull’operazione. Nonostante la complessità della vicenda, però, secondo Zuccaro su Ciancio si poteva fare di più, visto il tanto tempo trascorso dagli anni ’70 – cioè il presunto inizio dei contatti tra l’editore e Cosa nostra – a oggi.  “Una giustizia – l’ha definita il procuratore capo – che indubbiamente non ha voluto e potuto essere all’altezza dei suoi doveri istituzionali, che sono molto delicati. Ovviamente non trascuro e non ometto tutte le difficoltà che si incontrano quando si fanno indagini di questo tipo. Non vi e dubbio, però, e lo dico con grande consapevolezza, che la magistratura di Catania ha delle responsabilità a cui oggi deve assolvere senza alcuna esitazione e senza alcuna remora”.