Roma di Cuaron o Nuestro tiempo di Reygadas. Poi Suspiria di Guadagnino, un premio ad Assayas o a Audiard, John  C. Reilly e una delle attrici di The Favourite. Molto probabile che il palmares del Leone d’Oro 2018 parlerà un po’ messicano, un po’ italiano, un po’ francese e naturalmente statunitense. Nessun capolavoro in Concorso a Venezia 75, ma tanti buoni film, e solo un paio di inqualificabili orrori. Intanto l’unica voce di corridoio trapelata in questi giorni è l’entusiasmo del presidente di giuria, Guillermo Del Toro, per il remake del film di Dario Argento firmato Luca Guadagnino. Film non proprio riuscito (ne abbiamo parlato qui) ma che deve aver stuzzicato l’immaginario visivo di Del Toro, tanto che per alcuni critici lidensi esistono perfino similitudini tra il film del regista palermitano e il masterpiece Il Labirinto del Fauno.

Difficile però che i gusti dei giurati convergano su un film di rottura come Suspiria, operazione più cerebrale che di pancia. Mettiamoli in ordine, i giudici, per capire quello che può essere un orientamento decisionale di massima: l’attrice, regista e talent scout Sylvia Cheung; le attrici Nicole Garcia e Trine Dyrholm; il regista Paolo Genovese; la regista e produttrice polacca Malgorzata Szumowska (fresca vincitrice dell’Orso d’Argento a Berlino per Mug); il regista neozelandese finito ad Hollywood, Taika Waititi (Thor: Ragnarok, per intenderci); l’immenso Christoph Waltz e la bella Naomi Watts. Insomma, non proprio una giuria di cinephile. Proprio per questo la sintesi tra forma curata e contenuto intimo di Roma, diretto da Alfonso Cuaron, un amarcord autobiografico in bianco e nero del regista di Gravity ambientato a Città del Messico nel 1970 e incentrato sul suo rapporto con la bambinaia indigena, dovrebbe risultare il cavallo vincente per il Leone d’Oro. Perché è inutile: con due titoli messicani in Concorso, Del Toro non potrà esimersi dal fare un’eccezione nazionalista, mentre una larga fetta di giuria dovrebbe naturalmente convergere su Cuaron. A questo punto per Guadagnino si aprirebbe la possibilità del secondo premio, il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Mentre il Premio per la migliore regia potrebbe finire nelle mani di un vero visionario come Carlos Reygadas per il suo Nuestro Tiempo. Rispetto ai suoi passati titoli il regista messicano ha evitato lo “scandalo” tematico mantenendo intatti intensità e rigore del suo monumentale sguardo tra uomo e natura per raccontare un triangolo amoroso “familiare” che ha lasciato il segno anche in molti suoi passati detrattori. Reygadas potrebbe però essere insidiato da un’altra regia forte come quello di Laszlo Nemes. A noi Tramonto non è piaciuto per nulla, ma lo sguardo febbrile della macchina da presa del regista ungherese ha già stregato Cannes e gli Oscar con Il figlio di Saul. Le caselle attori, di solito, a Venezia, sono i biglietti da visita per far tornare gli americani al Lido l’anno successivo. Le giurie sono poi spesso succubi di un senso di colpa per non aver assegnato Leoni ai grandi titoli hollywoodiani nemmeno sotto tortura. Ecco allora che l’interpretazione di John C. Reilly di uno dei due fratelli protagonisti in The sisters brothers di Jacques Audiard, sembra il riconoscimento più logico e giusto tra i maschietti che non hanno brillato proprio per grandi performance in Concorso.

Per la Coppa Volpi all’interpretazione femminile si candidano con vigore le tre attrici (Olivia Colman, Emma Stone e  Rachel Weisz) di The Favourite, il film di Yorgos Lanthimos sulla serrata e corrosiva rincorsa a diventare la favorita della regina inglese Anna. Ma se, a quanto pare, il regolamento non prevede una tripartizione di premi per lo stesso film, allora tra le tre donne (la Stone vinse la Volpi nel 2016 per La La Land) rimane un gradino più in alto la Colman, con l’interpretazione della sovrana afflitta da gotta, psicologicamente bipolare, tutta urli di dolore e mugolii bisognosi di affetto femminile. Ad insidiare il terzetto di The Favourite non dimentichiamoci di Claire Foy, la moglie di Neil Armostrong/Ryan Gosling in First man di Chazelle. Autentica sorpresa d’inizio festival, con già in tasca la nomination all’Oscar che, se ha voglia di riprendersi un aereo per il Lido, o di spedire un videomessaggio, verrebbe accolta con tutti gli onori. Ultime due caselle vuote sono l’Osella d’argento per la miglior sceneggiatura e il Gran Premio Speciale della Giuria. Il primo dovrebbe finire tra le mani di Olivier Assayas. Del suo Doubles Vies non siamo riusciti a scriverne (lo recupereremo quando uscirà a gennaio 2019), ma è davvero una riflessione acuta e briosa sull’avvento del web e dei social all’interno del mondo editoriale e letterario del 2018. Il film ha alla base un solidissimo testo, sempre di Assayas, che non passerà di certo inosservato. Rimane, infine, il Premio Speciale della Giuria che di solito va all’opera che colpisce a livello tematico, o vuoi perché bizzarra, o politicamente dirompente. The Nightingale di Jennifer Kent ha tutte le carte in regola per vincere questo premio: revenge movie dove protagonisti sono una donna e un aborigeno che nel 1825 rincorrono un sadico tenente inglese nella foresta della Tasmania per vendicarsi di stupri e uccisioni familiari subite. Ma attenzione: vista l’aria che tira sulla questione #MeToo i giurati (5 donne su 9) potrebbero ribaltare al contrario le gerarchie più ovvie e mettere la Kent e il suo film sul gradino più alto. Queste le ipotesi su come si comporterà la giuria. Ci permettiamo però di aggiungere il nostro palmares: Leone d’Oro a Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas; Gran Premio della Giuria a Doubles Vie di Olivier Assayas; Miglior Regia a Mario Martone per Capri-Revolution; Coppa Volpi maschile a John C. Reilly per The sisters brothers; Coppa Volpi femminile a Olivia Colman per The Favourite; Osella a Peterloo di Mike Leigh; Premio Speciale per The Nightingale di Jennifer Kent.