Tremate, tremate, le streghe son tornate. Suspiria, l’incubo cinematografico di Luca Guadagnino, sciocca Venezia 75. Già si sapeva, ma è utile ribadirlo. Protagoniste di Suspiria versione Guadagnino, e versione Argento, sono delle signore streghe. Chiaro, non quelle con il pentolone e le code di ramarro sul fuoco. Bensì le insegnanti del prestigioso istituto di danza berlinese Markos che nel 1977 accolgono come nuova promettente allieva l’americana dalla chioma rossa, Susie Bannion (Dakota Johnson). La ragazzina dell’Ohio che per quella città e per quel posto sembra però avere un’attrazione ben oltre i passi coreografici da imparare. La danzatrici del Markos, infatti, sono streghe: cancellano il maschile da ogni piega della quotidianità, rimestano continuamente in un doppio fondo materiale (inteso come stanza/corridoio che si apre dietro una parete specchio della stanza dei provini) della scuola, si scannano per scegliere la “successora” di un’anziana, orrida, purulenta e centenaria “madre sospiriorum”.

Allo stesso tempo il timore che qualcosa di strano accada in quell’edificio porta un’allieva a confessarsi nello studio di uno psicanalista kleiniano, l’anziano e sordo dottor Klemperer, che oltretutto compie uno strano viavai con Berlino Est in una casetta di campagna. In Suspiria però nessuna protagonista sembra anelare a una qualche ricerca narrativa di verità, ad una qualche soluzione del mistero modello thriller. Già, perché Guadagnino assieme allo sceneggiatore David Kajganich ricostruisce, tradendo in qualche modo Suspiria 31 anni dopo, tenendosi ben lontano dallo slasher movie alla Dario Argento (il primo momento genuinamente horror è dopo 45 minuti di film, ed è una contorsione di ossa e membra con poco sangue), concentrandosi su una specie di suggestione politica sulla stratificazione un po’ ingorda di piani del simbolico (il nazismo e il terrorismo della RAF nel ’77, per dire) e sull’esplorazione visiva dell’inconscio individuale e collettivo.

In questo magmatico fluire libero di un film ambientato nel 1977 che dialoga continuamente con il passato storico e con il nostro presente; in cui, come sempre nei film del regista palermitano, l’aspetto scenografico assume un valore esteticamente conturbante (l’interno scuola di danza vale mezza visione), e pur avendo a disposizione un gineceo di attrici, non cercateci nessun discorso sulla sessualità, ammiccamenti morbosi sui corpi (alla Aronofsky per intenderci) o sul desiderio. È il potenziale sovversivo, libertario e violentemente anarchico del femminile in senso ampio, rispetto alle dinamiche tradizionali delle identità precostituite e codificate a livello sociale, a fare “bu” da dietro l’angolo buio, più di un qualsiasi sgozzamento (ce n’è uno nel finale, state tranquilli) giunto di sorpresa dalle pieghe di un plot da cinema horror. Il tono fotografico di Suspiria è infine plumbeo all’inverosimile, una patina grigiastra perenne che non trova pace nemmeno quando si accendono i lampadari dei saloni del Markos e dove dovrebbe prorompere una danza che fa pugni con il senso del “bello” trasformandosi in incantesimo esoterico e brutale. Ecco allora che l’unico spiraglio di luce è inoltrarsi in quell’antro insanguinato, in quel ventre materno che gronda, urina, budella, pus, dove le streghe affrontano la loro resa dei conti interna e dove la silenziosa, abile Susie tornerà a nuova vita.

“Non tematizzo mai i film che faccio mentre li faccio, i film parlano in maniera indipendente dai realizzatori. Suspiria certamente è un film sul terribile nei rapporti interpersonali, nel femminile, e nella storia”, ha spiegato Guadagnino in conferenza stampa. “Per questo film sono stato influenzato al 100% dai lavori di Fassbinder, un maestro della crudeltà che metteva in scena donne non riconciliate, mai sconfitte”. Insomma, Suspiria di Guadagnino è un film tanto programmaticamente ambizioso quanto di primo acchito di complicata codifica. Impossibile da digerire e apprezzare solo dopo un’unica stordente e destabilizzante visione. Thom Yorke, in modo alquanto anonimo, cura il soundtrack. Tilda Swinton è una Madame Blanc alla Pina Bausch. Rimane una curiosità: cosa ne penserà di questo “remake” Dario Argento?