Il triangolo sì, l’avevo considerato. Nuestro tiempo, diretto dal messicano Carlos Reygadas, in Concorso a Venezia 75 è il nostro Leone d’Oro. Un film così immenso da cui è difficile uscirne anche dopo 24 ore dalla visione. Quasi tre di durata per seguire la vita di una famiglia che vive nella campagna messicana allevando tori da combattimento.

uan (interpretato dallo stesso Reygadas) è un poeta di fama internazionale che coordina i lavori nella grande e popolata fattoria, cappellone da cowboy, su e giù da cavallo, avanti e indietro tra stalla, campi ed incontri letterari nel mondo. La bellissima moglie Esther (Natalia Lopez, vera moglie di Reygadas e montatrice dei suoi film) segue un po’ defilata i lavori della fazenda e condivide col marito la cura dei figli. Juan ed Esther sono però una coppia aperta. Ovvero Juan ha fatto un accordo sincero con la moglie che prevede per lei la possibilità di avere relazioni con altri uomini a patto che lo comunichi per primo proprio al marito. L’equilibrio coniugale s’incrina pesantemente quando lei s’innamora, ricambiata, di Phil, un gringo ranchero, dipendente della fazenda. Liaison che Juan scopre sbirciando lo smartphone della donna in ricarica. Da qui sostanzialmente Nuestro tiempo inizia realmente.

Una sorta di esplorazione totalizzante del legame della coppia protagonista che vedrà un epilogo dolorosissimo. Girato nella vera fattoria di Reygadas, con sua moglie e i suoi figli in scena, nelle stesse stanze da letto e cucina dove la famiglia del regista vive nella realtà quotidiana, il sesto lungometraggio del 46enne messicano, coccolato e iperpremiato a Cannes, si contraddistingue per un linguaggio cinematografico dalla sintassi precisa e ipnotizzante. Inquadrature in formato cinemascope per gli esterni infiniti della natura messicana come per gli interni in cui si consuma la frattura di coppia. Controllo infinitesimale del tempo del racconto che va oltre il semplice avanzare della storia e si fonde in lunghe sequenze composte dalla voce fuori campo della figlia più piccola della coppia – che legge le mail dei protagonisti che così comunicano i loro tormenti amorosi – e l’immagine che vaga in oggettive dall’alto (ce n’è una lunghissima da un aereo che sta per atterrare) come ad ammirare il plumbeo e burrascoso cosmo attorni ai protagonisti. Tranquilli però. La trama si evolve. E come se si evolve.

La profondità d’analisi della coppia aperta è una ferita sanguinante e incancellabile. Così tra scene di nudi e di sesso (Reygadas non ha mai lesinato la naturalezza degli accoppiamenti sessuali nei suoi film), sms e sedute di skype che sembrano come provenire da un altro mondo più rallentato e meditativo, la disperazione del protagonista (“non vedevo da anni e nemmeno mi ricordavo quello sguardo che regali a Phil”) da scandaglio intimo si fa universale, e trova il suo apice in una sequenza tra tori imbestialiti che lottano tra loro a confermare la regale maestria con cui nelle sue immagini Reygadas riesce a fondere corpi umani con quelli animali, con le piante, con la terra, il fango, l’erba, la pioggia. “Non ho scritto questo film per me e mia moglie. Dopo più di 300 attori visionati ho guardato Natalia, che mi aveva assistito dando le battute ai provinanti, e le ho detto perché non reciti tu? Al suo sì anch’io ho deciso di interpretate il personaggio di Juan. Però confermo che la vicenda non è autobiografica”, ha spiegato Reygadas in conferenza stampa. E sul dilemma illustrato nel film, questo amore imperfetto che fluttua solenne, il regista aggiunge solo altre domande: “Quando amiamo qualcuno, quello che vogliamo più di tutto è veramente la sua felicità? Oppure solo nella misura in cui questo implicito atto di generosità non richieda troppo da parte nostra? In altre parole: l’amore è una questione relativa?”.