Metti due cacciatori di taglie che dopo il lungo inseguimento di un ricercato vedono improvvisamente l’oceano. Metti un cowboy killer che piange per il suo cavallo morto. Metti che lo stesso cowboy appena sveglio si lavi i denti e che prima di addormentarsi si masturbi sotto il mantello accampato in mezzo al bosco sotto le stelle. The Sisters Brothers, il film diretto da Jacques Audiard (Palma d’Oro a Cannes nel 2015 per Deephan), in Concorso a Venezia 75, è un western spassoso e catartico come non t’aspetti. Anzi, è una vera e propria fiaba sulla fratellanza tra i sentieri polverosi della frontiera, girata tra Spagna e Romania, diretta da un francese che non ha mai lavorato in trasferta, costruita con un’interpunzione bizzarra ma realistica (tutto ciò che accade di strano è storicamente plausibile) all’interno di una traccia di percorso di violenza, questa sì più tradizionalista rispetto al genere di riferimento.

Oregon, 1851. I fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie Sisters (Joaquin Phoenix) sono due killer al soldo del Commodoro (un silente Rutger Hauer). Fin dalla prima sequenza notturna, mentre assaltano una casupola con dentro un ricercato, capiamo che sono due assassini a sangue freddo. La missione successiva dall’Oregon verso la California, passando per San Francisco (“ma è Babilonia!”) avrà un andamento inusuale per loro. Per acciuffare un certo Warm (Riz Ahmed) i due devono seguire le tracce di Morris (Jake Gyllenhaal), un detective pistolero apparentemente risoluto ma fragile e poeticamente naif che li sta anticipando di qualche giorno sulla strada lasciando loro indicazioni e dispacci. Diverse cose però vanno storte: sia sul percorso dei fratelli Sisters, ma soprattutto tra Morris e Warm. Quest’ultimo infatti non è un assassino o un poco di buono, ma un laureato in chimica che probabilmente ha in mano una “pozione” magica per raccogliere con più facilità l’oro di ruscelli e torrenti dell’Ovest.

Chiaro, le riletture sui generis del western abbondano fin da quando il genere venne dichiarato morto negli anni Sessanta/Settanta. Audiard, basandosi totalmente sul romanzo di Patrick Dewitt, mette in scena l’epica di pistoleri, cercatori d’oro, trapper, saloon e cavalli, con una tonalità buffa che serpeggia ad ogni battuta di dialogo e svolta di scrittura. Eli, il fratello responsabile e riflessivo, e Charlie, quello più folle e impulsivo, incarnano per primi questo balletto comico, quest’avventura picaresca che non demitizza immediatamente con il piccone l’algido incedere dei killer senza scrupoli. È la progressione geografica e narrativa delle due coppie di protagonisti a scansare la cupidigia individualista da conquista del west, soffermandosi infine sul terreno di un utopia collettiva che sfiora fisicamente i limiti oltre i quali violenza e tornaconto personale non possono più esercitarsi. “The Sisters Brothers parla di amore e di affetti tra fratelli e esseri umani apparentemente nemici. È un romanzo di formazione su due adulti che potrebbero avere dodici anni, ma anche una riflessione sul rapporto di un paese con la violenza e la legge”, spiega Audiard in conferenza stampa indossando il suo classico cappellino da baseball, sopr giacca e cravatta. “Il film racconta anche cosa significhi vivere oggi in una società civilizzata. Il nostro è stato un piano autodistruttivo. Uccisi i bufali e gli indiani, trovato l’ovest, ottenuta una società senza leggi e una casina uguale per tutti dove stiamo andando? Ciascuno cerca di muoversi più o meno consapevolmente verso una sua illuminazione”, aggiunge John C. Reilly, anche lui al Lido con l’affezionato cappellaccio dei suoi live folk bluegrass.

La regia di Audiard esclude l’esaltazione visiva del paesaggio incontaminato, risalta il fine tratteggio dei caratteri dei personaggi, gestisce un continuo slittamento della storia verso un finale felice con padronanza di tempi e di ritmo, infine buca quel meccanismo di vendetta e rivalsa che in ogni west che si rispetti anche quello più anticonformista e politico, dai Leone al Corvo rosso di Pollack, da Gli Spietati di Eastwood all’ultimo Hostiles di Scott Cooper, è geneticamente presente, affermando sornione che l’ispirazione semmai è venuta da La morte corre sul fiume di Charles Laughton.  Peccato però per un vero e proprio pippone finale con la dichiarazione pro protocollo sulla parità di genere (50×50, 20×20): “Quando ho visto che in Concorso a Venezia su 21 film ce n’era solo uno diretto da donne ho scritto un messaggio ai miei colleghi in gara ma la reazione non è stata fantastica. La mia idea non è quella di mettere sotto processo il presidente di questo festival e la Biennale, ma la risposta che ho ottenuto (“stiamo facendo il nostro lavoro onestamente; non ci interessa se il film è diretto da un uomo o una donna”) dimostra che non ci stiamo ponendo la domanda giusta che invece è: i festival hanno un sesso? Sono 25 anni che li frequento con i miei film e non ho mai visto donne a dirigerli. Ci sono invece sempre gli stessi volti di uomini spesso in ruoli diversi ma sempre loro”. Peccato, perché The Sisters Brothers è, almeno per noi, fino ad oggi il Leone d’Oro 2018. Un consiglio: ascoltate e riascoltate il soundtrack di Alexandre Desplat. Meraviglia assoluta lontano pure lui da un Morricone o un Bernstein.

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