Arriva senza alcuna fanfara a supporto, quando la stagione in sala è ormai agli sgoccioli, ma è uno dei tre o quattro film imperdibili dell’anno. Tuner, diretto da Daniel Roher, è puro, classico godimento cinematografico. Niki (Leo Woodall – “White Lotus”, “Norimberga”) è un giovane accordatore di pianoforti: silenzioso, preciso, dotato di un udito sensibilissimo. Tatuaggi, felpe e salopette, gira sempre con addosso un paio di grosse cuffie che lo difendono dai rumori esasperati del mondo circostante e con auricolari che ne attenuano l’iperacusia.
Il ragazzone lavora per un amico del suo defunto padre, il veterano del settore Harry Horowitz, un Dustin Hoffman dalla classe cristallina che si prende i primi venti minuti di scena tra sordità, giocherellona demenza e una serie di ripetuti, fatali abbiocchi. I ricconi newyorchesi che chiamano i due accordatori spesso chiedono loro altri lavoretti pratici – riattivare un router o sturare un cesso – sminuendone le talentuose doti non solo di orecchio, ma anche di veri e propri pianisti.
Tutto cambia quando, tra le ormai frequenti dimenticanze di Harry, c’è anche la combinazione della sua mini cassaforte. È lì che Niki, dopo una manciata di tutorial online, scopre che un’altra sua preziosa e remunerativa dote è quella di aprire casseforti con il semplice uso dell’udito. Ne approfitterà affidandosi alle richieste di scasso di un losco criminale ebreo e manipolatore: dapprima per sostenere le spese mediche di Harry, poi per stupire ingenuamente l’amata e talentuosa pianista di una prestigiosa accademia (Havana Rose Liu), alla quale ha salvato il pianoforte dalla gocciolante infiltrazione del tetto di casa.
Infallibile e bonario, Niki diventa un ladro dall’udito strepitoso e dalle mani felpate con la leggerezza e il fascino gentile dell’antieroe. Ma la malavita è più crudele e vendicativa di quanto appaia.
Giocato continuamente sulla soggettiva acustica del protagonista, che spesso Roher rende vibrante, simbiotica e fastidiosamente distorta, “Tuner” è cinema che si deposita mimeticamente tra il registro della commedia, quello del film di rapina e infine quello della commedia romantica, mantenendo una encomiabile e spassosa linearità narrativa.
Un film di una volta, di quelli classici senza troppi fronzoli estetico-formali, con una regia robusta e mai pretenziosa e una misurata, efficace classe recitativa distribuita in ogni carattere in scena.
Va poi segnalato come il jazz pianistico statunitense degli anni Sessanta e Settanta – Oscar Peterson, Dave Brubeck, Nina Simone – più che semplice commento didascalico e raffinato, diventi esso stesso stato dell’anima, traccia di senso e di scena. E proprio dopo le deliziose versioni extradiegetiche di “Watermelon Man” e “Cantaloupe Island” appare Herbie Hancock per l’estremo saluto all’amico Harry. A riempire la soundtrack, secondo un modello di affinità elettiva, è il compositore Marius de Vries. Frase da taccuino: “Non immagini quanto rumore ci sia nel mondo”.