Va bene, vincerà Coco e sarà l’ennesima statuetta per la Disney Pixar. Però, signore e signori, tra i candidati per il miglior lungometraggio d’animazione agli Oscar 2018 Ferdinand, Loving Vincent, The breadwinner, Baby Boss – c’è parecchia classe da vendere. E, per almeno tre motivi, non tutto è ancora deciso.

Proviamo a spiegarvi il perché. È dal 2012 che il monopolio di casa Disney azzera ogni possibile pronostico. Brave, Frozen, Big Hero 6, Inside out, Zootopia (solo uno meritava al 100% la statuetta, scoprite quale) è il ruolino di marcia degli Oscar vinti che gli eredi di zio Walt mescolati con la Pixar di John Lasseter mettono sul piatto di queste nomination 2018. E si sa: più si va avanti negli anni, più le probabilità che il vento cambi si alzano. Se questa categoria nacque soltanto nel 2001 proprio perché mancava la concorrenza alla Disney, e poi la Disney su sedici nomination ne ha vinte undici, il rimescolamento della carte prima o poi arriva. Già, abbiamo appena fatto un nome particolare: John Lasseter. Il genio di Toy Story è ancora autosospeso nei sei mesi sabbatici per via dell’affare molestie. Solo per questo, con l’aria che tira ad Hollywood in questi mesi, Coco non ha mezza possibilità di vincere l’Oscar.

La favola contemporanea del bambino messicano, l’aspirante musicista Miguel, ostacolato con vigore dai familiari a suonare e cantare, ma che si fionda nella Land of the dead dove incontrerà il suo trisnonno celebre star del canto, ha dalla sua, ovviamente, la magistrale esperienza in termini di spettacolarizzazione della casa madre. Ma i registi Lee Unkrich e Adrian Molina, però, non sembrano avere quello slancio brillante e fluido nel racconto dei colleghi Pete Docter e Brad Bird di casa Pixar. Coco commuove sì, ribalta fino a un certo punto stereotipi razziali e sociali, ma in fondo non è quella spallata empatica, quello scavo profondo nell’animo dello spettatore che proponevano Inside out o Wall-E.