Berlinale è femmina. E non c’è molto da stupirsi visto il dibattito corrente, anche se si spera non resti solo tale. A vincere l’Orso d’oro è la rumena Adina Pintilie con il suo Touch me not, un film sperimentale a metà fra il documentario creativo e la finzione. Il film, che in Italia uscirà distribuito da I Wonder Pictures, indaga le difficoltà di una donna a farsi “toccare” a causa di una remota molestia e tenta di superare i suoi gravi problemi attraverso una terapia “di gruppo” alla quale partecipano persone diversamente offese, nonché alcuni individui seriamente disabili nel corpo.

Un film sul corpo dal tocco assai personale, che – va detto – non era tra i migliori del concorso e ha fin dalla sua prima proiezione maldisposto la critica. Oltre al premio assegnatole dalla giuria principale presieduta dal regista tedesco Tom Tykwer, la Pintilie si è assicurata anche il premio come miglior opera prima dalla giuria di cui era parte il nostro Jonas Carpignano. E nel segno femminile, nonché est-europeo quale area particolarmente celebrata a questa edizione, è proseguito il palmares che ha assegnato alla polacca Małgorzata Szumowska l’Orso d’argento Gran Premio della Giuria al suo Twarz (Viso): opera altamente metaforica sull’ipocrisia della Polonia contemporanea, racconta delle conseguenze di un trapianto facciale sulla vita di un giovane metallaro di provincia.

Szumowska aveva già vinto il premio alla regia al Festival di Berlino nel 2015 con Body. Miglior regia che invece quest’anno parla texano come la provenienza dell’osannato Wes Anderson il cui film d’animazione Isle of Dogs aveva ottenuto i favori di pubblico e critica fin dalla prima apparizione. A ritirare l’Orso d’argento è stato il sempre comico Bill Murray che ha così scherzato: “Sono arrivato con un cane e torno a casa con un orso.” Spostandosi leggermente a sud, in America Centrale e Latina, sono andati sia il premio per la miglior sceneggiatura – il brillante Museo del messicano Alonso Ruizpalacios (che pure uscirà in Italia per I Wonder Pictures) sia per la miglior attrice e l’Alfred Bauer Prize per le nuove prospettive.

Ad accaparrarsi entrambi gli Orsi d’argento è stato Las Herederas, buon esordio del paraguayano Marcelo Martinessi: Ana Brun, l’attrice protagonista vincitrice e praticamente una debuttante, ha portato a casa il suo meritatissimo premio dedicandolo “a tutte le donne del Paraguay, vere guerriere” mentre Martinessi ha commentato il riconoscimento per le nuove prospettive con la “speranza che questo lavoro apra la mentalità di un Paese così conservatore come il mio”. Il lungometraggio sarà distribuito in Italia per Lucky Red. La miglior interpretazione maschile è stata giudicata – a buon diritto – quella del 22enne francese Anthony Bajon, sorprendente e intenso protagonista per La prière di Cédric Kahn, mentre alla scenografia e ai costumi del magnifico Dovlatov di Alexey German Jr è andato il contributo artistico di questa Berlinale. Anche il tal caso a ricevere un premio è stata una donna dell’est, Elena Okopnaya, moglie del talentuoso regista, la cui opera sarà vista nel Belpaese grazie a Satine Film.

Grande sconfitta è la Germania che con quattro film di livello poteva ambire a diversi premi, considerando anche il presidente di giuria “local”. Nessun riconoscimento – infine – è andato all’Italia: né Figlia mia di Laura Bispuri in concorso ufficiale e né La terra dell’abbastanza dei gemelli D’Innocenzo, che concorreva sia in Panorama che come opera prima, sono riusciti a spuntarla.

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