Terzo indizio: l’animazione artigianale e diffusa. Loving Vincent, vera sorpresa di questa cinquina degli Oscar, film a produzione britannico-polacca, diretto dal duo Dorota Kobiela e Hugh Welchman (moglie e marito), è stato realizzato grazie a 65mila fotografie in alta risoluzione di pitture a olio realizzate ad hoc da 125 artisti. Anzi, ancora meglio il percorso produttivo è nato su Kickstarter con una raccolta fondi online. Mentre quello tecnico legato all’animazione ha visto prima la ripresa del film con attori in carne e ossa su sfondi “chroma key”. Ad essi sono stati sovrapposti i dipinti di Vincent Van Gogh e l’animazione in computer grafica. Arrivati a questa specie di storyboard si sono aggiunte le migliaia di varianti dinamiche di sfondi e dettagli composte dai 125 pittori coinvolti nel progetto. Il risultato, nel raccontare in flashback la vita dell’immenso Van Gogh, è di rara e virtuosa grazia. Gli strati tumultuosi di colore, ovvero le tipiche pennellate dell’artista olandese morto suicida nel 1890, vorticano, vivono, pulsano su grande schermo con un effetto psichedelico da fare spavento. Insomma, questo non è progetto di nicchia art house, ma una produzione che almeno negli intenti somiglia alle modalità “monstre” del distaccamento di un qualsiasi studio d’animazione hollywoodiano.

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